In queste ultime settimane sono stato soggetto e oggetto di furibonde scorribande polemiche sulla piazza reale e virtuale di None. A seguito di questi confronti, spesso esasperati, e anche sulla scia delle suggestioni sgorgate dalla bocca restaurata del premier, non essendo il sottoscritto sotto l’effetto di alcool, droghe, medicinali psicotropici che possono compromettere il mio stato mentale e fisico, quindi nel pieno delle mie facoltà intellettive, intendo dare concretezza al colpo di genio del premier. Ho deciso di fondare anch’io il “partito dell’amore”.
Il simbolo del neo partito sarà una delle vignette di Raymond Peynet: “Les amoureux aux colombes”, dove si vedono i due fidanzatini, Valentino e Valentina, l’uno di fianco all’altro incorniciati in una ghirlanda di colombe svolazzanti. Lui cinge con un braccio il fianco di lei, mentre gli porge un bouquet a mo’ di cuore.
Ci sarà anche un inno. Due le canzoni candidate ad essere il componimento celebrativo, per la cui scelta mi affiderò ad un sondaggio da somministrare agli iscritti: “Gimme peace a chance” di John Lennon, “Hymne à l’amour” di Edith Piaf. La prima fu registrata il primo giugno del 1969, nella ormai mitica stanza 1742 del Queen Elizabeth Hotel a Montreal. Qui il musicista dei Beatles e la moglie giapponese Yoko Ono, in luna di miele, naufragati per un’intera settimana su un lettone tra immacolate e tempestose lenzuola, di fronte a un fottio di giornalisti e fotografi accalcati nella camera, diedero vita ad un vero e proprio evento pacifista contro le spese militari e contro il conflitto in Vietnam del tipo fate l’amore e non la guerra. Da questa inusuale performance scaturì per l’appunto la canzone “Gimme peace a chance” (Date una possibilità alla pace). La seconda canzone, meravigliosa seppure non troppo allegra, fu scritta dalla immortale Piaf in memoria del grande amore della sua vita, il pugile francese Marcel Cerdan, morto in un incidente aereo nel 1949.
Ci sono alcuni versi di questo inno che ben potrebbero attagliarsi alla insostenibile sventatezza ideologica del nuovo partito: Poco m’importa dei problemi// Amore mio, poiché mi ami// …Rinnegherò la mia patria// Rinnegherò i miei amici// Se melo chiedessi// Si può ben ridere di me// Farei qualunque cosa// Se tu melo chiedessi…
Ad ogni modo decideranno gli adepti, se ci saranno.
Questo il decalogo del partito dell’Amore:
1) Amerò l’umanità intera, nella quale comprendo anche quell’imbecille che una volta, incontrandomi per strada, mi riempì di insulti, lasciandomi a corto di epiteti, per cui non mi rimase che porgergli il motto cavalleresco: “Si ritenga schiaffeggiato!”
2) Praticherò la Bellezza per salvare il mondo.
3) Capovolgerò il senso del proverbio cinese: Non meditar vendetta! ma siedi sulla riva del fiume e aspetta di veder passare il corpo del tuo nemico e lo riscriverò in questo modo: Quando vedrò passare il corpo del mio nemico, non resterò lì impalato a godermi il frutto della mia vendetta, ma mi getterò nel fiume per recuperare il cadavere e dargli degna e pietosa sepoltura.
4) La mia misericordia dovrà superare di gran lunga la mia collera (Elif Shafak)
5) Parafrasando il grande poeta e intellettuale francese, Jean Cocteau:
“Amerò, dormirò a occhi aperti, aspetterò miracoli, questa sarà l’unica mia politica”
6) Avrò la lievità di Trilussa: “Anche l’amore è un’arca | che salva dal diluvio della vita | ma a tempesta finita | non si sa mai la roba che si sbarca”.
7) Parafrasando Sant’Agostino: sarò qual è il mio cuore, sapendo che l’amore annienta ciò che sono stato perché io possa essere ciò che non ero.
8) Sempre nel nome di Sant’Agostino:
“Il godimento sarà quasi la legge di gravitazione dell’anima”.
9) Una vita senz’amore è una vita senza importanza.
10) Non mi chiederò di quale tipo di amore andare in cerca, spirituale o materiale, divino o mondano, orientale o occidentale ... Le divisioni portano solo ad altre divisioni. L’amore non ha etichette né definizioni. è quello che è: puro e semplice. (Elif Shafak)
Chiunque volesse aderire al partito dell’Amore, potrà farlo, rivolgendosi direttamente alla sede legale, che si trova a Port Moresby sul Mar dei Coralli, Papuasia - Nuova Guinea.
Le citazioni di Elif Shafak - scrittrice nata in Francia, ma di origine turca - sono tratte dal suo ultimo libro: “Le quaranta porte”, ed. Rizzoli.
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sabato 30 gennaio 2010
lunedì 7 dicembre 2009
White Christmas in salsa leghista
Vorrei andare a vedere quanti sono i crocefissi appesi alle pareti degli edifici pubblici e delle case dei circa 7.500 abitanti del comune bresciano di Coccaglio, ridente paese (si fa per dire) ai piedi del Monte Orfano, nella zona sud, dove la Padana Superiore (ex Statale 11) si biforca… L’amministrazione leghista del paese, il 25 ottobre, ha inaugurato una sorta di lunga novena natalizia, dal titolo quanto mai immacolato ed eufemistico:“White Christmas”(Bianco Natale), che culminerà, dopo sessanta giorni di perquisizioni a tappeto nelle dimore degli stranieri con permesso di soggiorno in scadenza, in un gaudioso, doloroso, glorioso e luminoso bianco Natale senza immigrati. Un vero e proprio pogrom, un repulisti etnico, benedetto dai celoduristi doc e, con una certa compiacente indulgenza, anche da parte delle autorità religiose locali, visto che, a dire del parroco di Coccaglio, tra gli amministratori che conosce, “nessuno è razzista”.
Considerando che i leghisti, strenui difensori delle radici cristiane (anche a None chiedono che i crocefissi vengano affissi nei locali del Comune), sono i più infoiati nel raccogliere le firme contro la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha ritenuto irrispettosa l’esposizione del crocefisso nelle aule delle scuole italiane, mi chiedo quanto realmente essi sappiano del messaggio evangelico che il simbolo della croce propala: solidarietà, accoglienza, amore per il prossimo e quanto di meglio la dottrina cristiana ha fatto proprio nel nome di Cristo. Così cantava Bing Crosby nell’immortale canzone “White Christmas”: Sto sognando un Bianco Natale in cui ogni cartolina natalizia che io scrivo possa rendere le tue giornate felici e radiose e possa far sì che tutti i tuoi Natali siano immacolati. Già li vedo i pizzardoni di Coccaglio, nelle giornate felici e radiose, andare a rastrellare casa per casa gli indesiderati, al canto di White Christmas, naturalmente in autentico, autoctono, dialetto bresciano. Continua...
Considerando che i leghisti, strenui difensori delle radici cristiane (anche a None chiedono che i crocefissi vengano affissi nei locali del Comune), sono i più infoiati nel raccogliere le firme contro la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha ritenuto irrispettosa l’esposizione del crocefisso nelle aule delle scuole italiane, mi chiedo quanto realmente essi sappiano del messaggio evangelico che il simbolo della croce propala: solidarietà, accoglienza, amore per il prossimo e quanto di meglio la dottrina cristiana ha fatto proprio nel nome di Cristo. Così cantava Bing Crosby nell’immortale canzone “White Christmas”: Sto sognando un Bianco Natale in cui ogni cartolina natalizia che io scrivo possa rendere le tue giornate felici e radiose e possa far sì che tutti i tuoi Natali siano immacolati. Già li vedo i pizzardoni di Coccaglio, nelle giornate felici e radiose, andare a rastrellare casa per casa gli indesiderati, al canto di White Christmas, naturalmente in autentico, autoctono, dialetto bresciano. Continua...
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Quei vampiri dei nostri figli a cui è toccato in sorte il non poter camminare alla luce del sole!
In questi giorni mi è capitato di leggere sul giornale decine di testimonianze di giovani con splendide lauree, sublimate da master, persino con buona conoscenza delle lingue straniere, che sono costretti a vivere alla giornata con lavoretti precari, quando li trovano, per lo più in nero, dove vengono sottopagati e sfruttati. A che serve tutto il bagaglio intellettuale e culturale, accumulato negli anni della formazione? Si è creata un’intera generazione senza lavoro e senza futuro.Veramente c’è da urlare: povera Italia! Incapace com’è il nostro Paese di investire sulle intelligenze migliori dei nostri figli.
Li abbiamo accompagnati nel loro cammino, con l’orgoglio dei padri che hanno assolto in pieno la loro missione: quella di fecondare il futuro del paese, al fine di garantire una società migliore e più giusta.
E adesso amaramente ci accorgiamo che il rischio che tutti i sacrifici fatti, da noi e soprattutto dai figli, siano merce avariata - come se lo studio sulle sudate carte fosse stato tempo sprecato - perché leggiamo nei loro sguardi lo sgomento e la rabbia di chi ci sbatte in faccia: “Ma chi ce l’ha fatto fare?”.
I nostri padri fecero di tutto perché noi avessimo l’opportunità di uscire dalle fabbriche dei subordinati per andare incontro ad una diversa e migliore posizione sociale. Adesso noi, diventati padri, siamo riusciti a consegnare ai nostri figli un futuro acefalo. Siamo riusciti a trasformare i nostri figli in creature fantastiche, una genia di vampiri, a cui sembra toccato in sorte il non poter camminare alla luce del sole.
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Li abbiamo accompagnati nel loro cammino, con l’orgoglio dei padri che hanno assolto in pieno la loro missione: quella di fecondare il futuro del paese, al fine di garantire una società migliore e più giusta.
E adesso amaramente ci accorgiamo che il rischio che tutti i sacrifici fatti, da noi e soprattutto dai figli, siano merce avariata - come se lo studio sulle sudate carte fosse stato tempo sprecato - perché leggiamo nei loro sguardi lo sgomento e la rabbia di chi ci sbatte in faccia: “Ma chi ce l’ha fatto fare?”.
I nostri padri fecero di tutto perché noi avessimo l’opportunità di uscire dalle fabbriche dei subordinati per andare incontro ad una diversa e migliore posizione sociale. Adesso noi, diventati padri, siamo riusciti a consegnare ai nostri figli un futuro acefalo. Siamo riusciti a trasformare i nostri figli in creature fantastiche, una genia di vampiri, a cui sembra toccato in sorte il non poter camminare alla luce del sole.
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mercoledì 14 ottobre 2009
L'estate sta finendo!
Meno male che l’estate sta finendo, visto che durante i giorni della canicola agostana ne abbiamo sentite di tutti i colori sui più svariati argomenti: gli insegnanti meridionali; i dialetti; i migranti; le prodezze del superman super macho italiano e la sua possibile perdonanza; la contrapposizione tra laici genuflessi e cristiani eretti (verticali); l’intrusione, degna del paese di Noemilandia, con squilli di tromba sotto le lenzuola di direttori di giornale. Chi più ne ha, più ne metta! Mai come in questo agosto le sinapsi in libertà, disciolte dal morso dei freni inibitori, hanno espresso tanta profusione di svillaneggianti atti locutori, spesso senza troppo rispetto della confezione morfosintattica italiana! Fortunatamente, trovandoci in vacanza in Trinacria, siamo riusciti a trattenere la nostra vibrata indignazione di fronte agli sproloqui dei discendenti di Alberto da Giussano e dei supponenti epigoni di Erasmo da Rotterdam, addomesticandola in qualche modo con quanto di meglio, dal punto di vista enogastronomico, può elargire la cucina siciliana: pane e panelle, pane con la meusa (milza), stigghiole, babbaluci (lumache), arancine, pasta con i tenerumi, alla norma, con le sarde, couscous di pesce trapanese e infine, come dessert, granite, cannoli, cassate. Bagnando il tutto con vini di vendemmie notturne. Tra commensali gioviali, abbuffate pantagrueliche di cibo squisito, vero e proprio sublimato di contaminazioni alimentari portate in dono, nella stratificazione dei secoli, dai diversi colonizzatori e dominatori (Greci, Romani, Arabi, Normanni, Ebrei, Francesi e Spagnoli). Alla faccia di chi ci vuol male! Di quelle facce livide del color verdastro della bile, anche un po’ emaciate e rinsecchite, maschere corrugate di uomini (razzisti e omofobici) che hanno fatto dell’odio per tutti i sud e i diversi del mondo la propria bandiera e il proprio inno. L’estate sta finendo: per quanto mi riguarda, però, adesso vedrò di mettermi un po’ a dieta.
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giovedì 9 luglio 2009
Meno male che la Festainrosso c'è
Nel ciarpame politico che ci inonda con i suoi miasmi mefitici, “con le tonnellate di “chiappe e tette” profferte all’”utilizzatore finale”, meno male che c’è la Festairosso a None.Quest’anno è stata celebrata la 19° edizione che si è chiusa in bellezza, con un utile di circa 6500 euro, di cui più della metà, come sempre avviene, sarà devoluta sia a vantaggio delle associazioni Auser “Oggi per gli Altri – Domani Per Noi” e Amref (per l’Africa), sia della popolazione del villaggio eritreo di Mehlab.
C’è quello spazio bitumato ai confini della riserva, tra le scuole, gli impianti sportivi e i campi di granturco, che sul principio dell’estate, ogni anno, si riempie di colori. Di tutti di colori dell’arcobaleno (della pace), di bandiere rosse, delle bandiere bianche sfumate dell’Auser, che da tempo opera, nella persona di Mariella, presidente dell’associazione, in compiuta sinergia con i rifondatoli.
Là si incontrano storie e destini. Quello forse è il luogo dell’utopia, dove si erge la città del sole, i cui orizzonti, almeno per qualche giorno, sembrano tangibili, a portata di mano.
C’è la società, dove un musicista di strada, cittadino rumeno, muore a Napoli per i colpi erranti sparati da feroci criminali idioti. Nell’indifferenza blasfema della gente, anestetizzata dal cloroformio della sicurezza. C’è la società dove intere famiglie (Baffa, Micanti) per qualche giorno lasciano le case e il lavoro per muoversi, come nomadi magi, verso i confini del mondo, laggiù tra il verdeggiare del mare di mais, a portare in dono generosamente tonnellate di impegno gratuito e solidale.
C’è la società delle giovani arrampicatrici sociali, che, vestendosi di grazie servili, fanno del proprio corpo la loro virtù massima, entrando nelle stanze riservate del signore, in cambio di favori. C’è la società delle ragazze (Désirée, Federica e tante altre) che si vestono di magnifica grazia ed entrano sotto le tende a cupola delle Festainrosso, per mettersi al servizio di una missione speciale nella guerra contro le povertà del mondo.
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C’è quello spazio bitumato ai confini della riserva, tra le scuole, gli impianti sportivi e i campi di granturco, che sul principio dell’estate, ogni anno, si riempie di colori. Di tutti di colori dell’arcobaleno (della pace), di bandiere rosse, delle bandiere bianche sfumate dell’Auser, che da tempo opera, nella persona di Mariella, presidente dell’associazione, in compiuta sinergia con i rifondatoli.
Là si incontrano storie e destini. Quello forse è il luogo dell’utopia, dove si erge la città del sole, i cui orizzonti, almeno per qualche giorno, sembrano tangibili, a portata di mano.
C’è la società, dove un musicista di strada, cittadino rumeno, muore a Napoli per i colpi erranti sparati da feroci criminali idioti. Nell’indifferenza blasfema della gente, anestetizzata dal cloroformio della sicurezza. C’è la società dove intere famiglie (Baffa, Micanti) per qualche giorno lasciano le case e il lavoro per muoversi, come nomadi magi, verso i confini del mondo, laggiù tra il verdeggiare del mare di mais, a portare in dono generosamente tonnellate di impegno gratuito e solidale.
C’è la società delle giovani arrampicatrici sociali, che, vestendosi di grazie servili, fanno del proprio corpo la loro virtù massima, entrando nelle stanze riservate del signore, in cambio di favori. C’è la società delle ragazze (Désirée, Federica e tante altre) che si vestono di magnifica grazia ed entrano sotto le tende a cupola delle Festainrosso, per mettersi al servizio di una missione speciale nella guerra contro le povertà del mondo.
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venerdì 5 giugno 2009
Tutti i corpi del presidente
Qualcuno ha detto e scritto che, in una fase di crisi economica, alle merci e ai servizi, si sostituiscono i corpi. E di corpi, in questi ultimi tempi, sui giornali e in televisione, ne appaiono a bizzeffe. Anzitutto risalta il corpo senile, non rassegnato, del nostro presidente, tante volte ostentato all’adorazione dei fedeli, in tutta la sua carica di vitalità indomita, di virilità non dormiente, ma vasodilatata, che si fa sempre ritrarre affogato, come un gelato, nella deliziosa e densa morbidezza di giovani corpi femminili armoniosi, attraenti, seducenti, belli nella loro compiutezza, dirottatori di insaziabili velleità artistiche e politiche. Il vecchio signore ricorda un po’, nella sua inesauribile resistenza al tempo che passa, la vecchia signora, citata da Pirandello nel suo saggio sull’umorismo, “coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili”, che suscita in chi guarda un moto di riso. Ma ci sono anche i corpi bronzei, di naturale atavica bellezza, che naufragano sulle nostre coste inospitali, spinti e risospinti dalla risacca dei bisogni primari. Come il corpo morto di quella giovane africana distesa sul ponte della nave corsara e negriera, come una polena stinta dalla salsedine del mare. O come il corpo bellissimo di quel giovane, genuflesso di fronte a mani impietose e respingenti, a formare un arco proteso alla ricerca di un destino benigno, dal cui volto scendono lacrime disperate che non lubrificano il dolore. Poi tutt’intorno al corpo nudo del re c’è la sarabanda dei corpi flaccidi o macilenti, esangui, pallidi dei servi, che danzano come inebriati dervisci rotanti, alla difficile ricerca, nel loro cammino di ascesi, della porta, che li condurrà dalla inconsistenza delle loro vite alla complementarietà con la figura del padrone. Da parte nostra, dominati da una strana inquietudine, portiamo i nostri corpi miseri e ribelli, continuando a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato.
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martedì 31 marzo 2009
L'anima o le anime del centrosinistra nonese
Ogni volta che c’è un dibattito nella sinistra emerge in maniera netta che, a giudizio di qualcuno, ci sono coloro che nel tabernacolo del proprio corpo custodiscono un’anima nobile, bella e pura, e quelli a cui questo dono è sottratto.
Negli ultimi mesi anche a None, infatti, a proposito della parola “anima” si è fatto un vero e proprio abuso. C’è stato infatti chi, a più riprese, ha rivendicato il diritto all’esistenza della propria anima, preso dal sospetto che essa non fosse rappresentata, come meritava, all’interno di quello straordinario laboratorio politico che è stato il progetto di “Solidarietà e Progresso”. Così, negli innumerevoli incontri che si sono svolti tra le diverse componenti (anime) dello schieramento per trovare la quadra in vista dell’appuntamento elettorale di giugno, si è svolta una dotta e impegnativa disquisizione teologico-filosofica sul significato e la rappresentatività dell’anima. Io pure, per mio personale interesse, ho cercato di approfondire l’argomento. Alla fine della mia ricerca, applicando il metodo scientifico, ho voluto sperimentare innanzitutto su me medesimo se anch’io fossi possessore di un’anima, meritevole di cotanta attenzione. Ho cominciato prima ad esplorare negli anfratti del mio misero corpo, poi ad auscultarmi, per intercettare eventuali soffi, pulsazioni, segnali di quell’agglomerato atomico-cellulare, chiamato anima. Questo è il dilemma a cui ho cercato di dare risposta: è una sorta di maglietta intima, inizialmente immacolata, poi ridotta ad un indumento logoro e immondo, oppure una specie di fuoco sempre vivo, barbagliante all’altezza del cuore, termometro della sfera emozionale?
Alla fine sono arrivato a questa conclusione: qualunque cosa sia l’anima, mi sembra azzardato magnificarne l’imperscrutabile bellezza ed esclusiva virtù, almeno fino a quando non intervenga il bisturi divino per provvedere ad un’accurata dissezione. Continua...
Negli ultimi mesi anche a None, infatti, a proposito della parola “anima” si è fatto un vero e proprio abuso. C’è stato infatti chi, a più riprese, ha rivendicato il diritto all’esistenza della propria anima, preso dal sospetto che essa non fosse rappresentata, come meritava, all’interno di quello straordinario laboratorio politico che è stato il progetto di “Solidarietà e Progresso”. Così, negli innumerevoli incontri che si sono svolti tra le diverse componenti (anime) dello schieramento per trovare la quadra in vista dell’appuntamento elettorale di giugno, si è svolta una dotta e impegnativa disquisizione teologico-filosofica sul significato e la rappresentatività dell’anima. Io pure, per mio personale interesse, ho cercato di approfondire l’argomento. Alla fine della mia ricerca, applicando il metodo scientifico, ho voluto sperimentare innanzitutto su me medesimo se anch’io fossi possessore di un’anima, meritevole di cotanta attenzione. Ho cominciato prima ad esplorare negli anfratti del mio misero corpo, poi ad auscultarmi, per intercettare eventuali soffi, pulsazioni, segnali di quell’agglomerato atomico-cellulare, chiamato anima. Questo è il dilemma a cui ho cercato di dare risposta: è una sorta di maglietta intima, inizialmente immacolata, poi ridotta ad un indumento logoro e immondo, oppure una specie di fuoco sempre vivo, barbagliante all’altezza del cuore, termometro della sfera emozionale?
Alla fine sono arrivato a questa conclusione: qualunque cosa sia l’anima, mi sembra azzardato magnificarne l’imperscrutabile bellezza ed esclusiva virtù, almeno fino a quando non intervenga il bisturi divino per provvedere ad un’accurata dissezione. Continua...
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sabato 28 febbraio 2009
Quanti guai arreca la politica!
Quanti guai arreca la politica! Una folle ossessione che avviluppa la mente e l’anima, subdola e sinuosa come le spire di un serpente.
Una passione tossica che avvelena, con le sue convinzioni ben temprate, con i suoi punti di vista inamovibili, con le sue visioni del mondo inattaccabbili. La politica innalza steccati tra l’affermazione del sé, del proprio potere, e la percezione dell’altro.
Mai il venticello del dubbio potrebbe sollevare la sabbia del nostro deserto ideologico, che attraversiamo in solitudine alla ricerca della felicità, accecati dai miraggi delle utopie, dagli uomini nuovi da costruire, dalle profezie da realizzare. La politica ha lo stesso senso che ebbe per Diogene l’incontro con Alessandro Magno. Il Macedone chiese al filosofo di esprimere un desiderio e Diogene lo pregò semplicemente di spostarsi, perché la sua ombra gli impediva di assorbire la luce e il calore del sole. I politici, d’occasione (quale io sono) e di professione che siano, in fondo desiderano solo un posto al sole e non permettono a nessuno di fare loro ombra. Continua...
Una passione tossica che avvelena, con le sue convinzioni ben temprate, con i suoi punti di vista inamovibili, con le sue visioni del mondo inattaccabbili. La politica innalza steccati tra l’affermazione del sé, del proprio potere, e la percezione dell’altro.
Mai il venticello del dubbio potrebbe sollevare la sabbia del nostro deserto ideologico, che attraversiamo in solitudine alla ricerca della felicità, accecati dai miraggi delle utopie, dagli uomini nuovi da costruire, dalle profezie da realizzare. La politica ha lo stesso senso che ebbe per Diogene l’incontro con Alessandro Magno. Il Macedone chiese al filosofo di esprimere un desiderio e Diogene lo pregò semplicemente di spostarsi, perché la sua ombra gli impediva di assorbire la luce e il calore del sole. I politici, d’occasione (quale io sono) e di professione che siano, in fondo desiderano solo un posto al sole e non permettono a nessuno di fare loro ombra. Continua...
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giovedì 26 febbraio 2009
Eutanasia della parola
Ogni volta che mi capita di ascoltare un politico formulare le proprie verità inossidabili, eburnee, in nome della propria fede religiosa, mi si appiccica addosso la forte tentazione di diventare agnostico o almeno intraprendere altre vie per una personale ricerca di Dio. Voglio entrare a gamba tesa nel dibattito legato alla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale per Eluana Englaro, decisa dalla Cassazione. La Chiesa, in tutta la sua piramide gerarchica (dal Papa all’ultimo chierichetto), ha il pieno diritto di esprimere il proprio pensiero dogmatico, ma, se possibile, escludendo qualsivoglia ricatto o minaccia. Agli esponenti politici, di questo o quello schieramento, che ogni volta ci fanno vedere la propria coscienza verginella sul piatto d’argento del loro potere tanto esibito, invece questo non dovrebbe essere permesso. Perché lo fanno sotto le cappe di piombo della loro ipocrisia, e sempre a rimorchio delle dichiarazioni roboanti della Santa Chiesa. Credo che solo il padre di Eluana possa ritenersi l’unico custode e garante della volontà della figlia. Lo fa oltretutto muovendosi nel solco del diritto. Non ha mai brandito alcun coltello per recidere le sue radici già così irreversibilmente ferite. Se lo avesse fatto, come ad Abramo già pronto a sacrificare il figlio Isacco, l’angelo di Dio probabilmente avrebbe fermato la mano.
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venerdì 12 dicembre 2008
La Chiesa e l'uomo vitruviano
L'uomo vitruviano è un disegno di Leonardo da Vinci. In geometria ci sono due figure piane ‘perfette’: il cerchio e il quadrato. Fare quadrare il cerchio è un’impresa impossibile, ma Leonardo inventò la soluzione.
Riprendendo la teoria dell’architetto romano Vitruvio, disegnò un uomo sdraiato sulla schiena, puntò il compasso sul suo ombelico e tracciò un cerchio che andò a circoscrivere le punte delle dita delle mani e dei piedi allargati. Dopo il cerchio, a inscatolare il corpo a gambe diritte e braccia tese del suo uomo vitruviano, costruì anche un quadrato che ne toccava piedi e mani.
Tali proporzioni umane intendevano esaltare l’armonia e la centralità dell’uomo. La Chiesa da parte sua, con indefessa cura cristiana, si preoccupa di deturpare l’armonia, di violare la perfezione del corpo. Lo fa ogni volta che interviene sugli orientamenti sessuali. è proprio di questi giorni la bocciatura da parte della Santa Sede a proposito del progetto di una depenalizzazione universale dell’omosessualità.
Quindi, che vuoi che importi alla Chiesa imprigionare, torturare, mandare a morte le carni e lo spirito di qualche ‘gay’ nei paesi omofobi? L’importante è che siano sempre salvi il santo matrimonio e la sacra famiglia!
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Riprendendo la teoria dell’architetto romano Vitruvio, disegnò un uomo sdraiato sulla schiena, puntò il compasso sul suo ombelico e tracciò un cerchio che andò a circoscrivere le punte delle dita delle mani e dei piedi allargati. Dopo il cerchio, a inscatolare il corpo a gambe diritte e braccia tese del suo uomo vitruviano, costruì anche un quadrato che ne toccava piedi e mani.
Tali proporzioni umane intendevano esaltare l’armonia e la centralità dell’uomo. La Chiesa da parte sua, con indefessa cura cristiana, si preoccupa di deturpare l’armonia, di violare la perfezione del corpo. Lo fa ogni volta che interviene sugli orientamenti sessuali. è proprio di questi giorni la bocciatura da parte della Santa Sede a proposito del progetto di una depenalizzazione universale dell’omosessualità.
Quindi, che vuoi che importi alla Chiesa imprigionare, torturare, mandare a morte le carni e lo spirito di qualche ‘gay’ nei paesi omofobi? L’importante è che siano sempre salvi il santo matrimonio e la sacra famiglia!
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domenica 16 novembre 2008
Carinerie
Quant’è carino il nostro premier! Va in giro per il mondo a dire le sue corbellerie. Sarebbe meglio dire le sue “gasparrate”, perché è una bella gara tra i due su chi le spara più grosse.
Ci vergogniamo un po’ per lui, ma lui non fa una piega. Se la prende, assumendo spesso un’espressione truce, soltanto con chi osa contrapporgli un sia pur timido dissenso. Per lui chi mette in discussione qualunque cosa egli dica o faccia, è un imbecille, un c... Ha un tale ego di sé medesimo, da essere convinto che a lui tutto sia consentito. E' un guitto; vuole essere un re, ma rischia di essere solo un giullare, che qualche volta non azzecca nemmeno la battuta.
Certo che se col neoeletto Obama vuole avere lo stesso rapporto confidenziale che ha avuto col precedente Presidente degli Stati Uniti, con cui era pappa e ciccia, è partito col piede sbagliato. A lui Trilussa, pur senza poterlo conoscere per ovvie ragioni cronologiche, ha dedicato questi versi preveggenti:
"Mó va gonfio, impettito, a panza avanti: / nun pare più, dar modo che cammina, /ch’ha dovuto inchinasse a tanti e tanti...
Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte!/Che novità sarà pe’ quela schina/ de sentisse piegà dall’antra parte!"
Dio ci salvi dalle carinerie di B.! Continua...
Ci vergogniamo un po’ per lui, ma lui non fa una piega. Se la prende, assumendo spesso un’espressione truce, soltanto con chi osa contrapporgli un sia pur timido dissenso. Per lui chi mette in discussione qualunque cosa egli dica o faccia, è un imbecille, un c... Ha un tale ego di sé medesimo, da essere convinto che a lui tutto sia consentito. E' un guitto; vuole essere un re, ma rischia di essere solo un giullare, che qualche volta non azzecca nemmeno la battuta.
Certo che se col neoeletto Obama vuole avere lo stesso rapporto confidenziale che ha avuto col precedente Presidente degli Stati Uniti, con cui era pappa e ciccia, è partito col piede sbagliato. A lui Trilussa, pur senza poterlo conoscere per ovvie ragioni cronologiche, ha dedicato questi versi preveggenti:
"Mó va gonfio, impettito, a panza avanti: / nun pare più, dar modo che cammina, /ch’ha dovuto inchinasse a tanti e tanti...
Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte!/Che novità sarà pe’ quela schina/ de sentisse piegà dall’antra parte!"
Dio ci salvi dalle carinerie di B.! Continua...
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martedì 21 ottobre 2008
Quagli assi di amici!
Da quando abito a None, ho conosciuto tante belle persone. Di alcune di queste mi pregio essere amico. Tante cose si potrebbero acclarare sull’amicizia, ma in tal caso poco mi interessano le teorie e le citazioni satelliti di tale sentimento. Per ora mi limito a suddividere gli amici in quattro tipologie, facendo riferimento alle carte, in particolare a quella che in più di un gioco ha valore superiore nel computo dei punti: l’asso, col suo unico grande seme in campo bianco.
Amico di coppe: è l’amico con cui condivido la convivialità, il piacere della buona tavola, del bicchiere di vino. Il vino dell’amicizia e della meditazione, così si chiamava quel nettare bianco dal sapore fruttato, che andai a comprare per festeggiare la mia laurea e che l’enologo dichiarò essere il vino giusto da consumare durante la conversazione con gli amici, centellinandolo con calma misurata, quella stessa che si usa nel recitare una poesia che rispetti la metrica. L’amico di coppe, come ho detto, è quello con cui sto bene a tavola, che si preoccupa di riempire il bicchiere, ogni volta che in trasparenza dietro il vetro si affaccia l’angoscia del vuoto. E con lui bevo volentieri, e sto bene insieme, tra una battuta e l’altra, tra un racconto e l’altro. Finché lui, l’amico di coppe, alla fine mi accompagna a casa, cortesia che io ricambio immediatamente, riaccompagnandolo a mia volta a casa sua.
Amico di bastone: è l’amico insieme al quale affronterei mille rivoluzioni o sfide, metaforiche o meno che fossero, pronto a bastonare le ingiustizie del mondo. Col quale condivido borie intellettuali, ma soprattutto la passione politica, la nobile arte del non restare estranei alla vita, perché, come dice Gramsci, chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. Con il quale trascorro volentieri il tempo a discutere dell’illusione di cambiare il mondo, senza infingimenti, soprattutto senza sofismi. Quei ragionamenti falsi e capziosi che intrigano la mente di chi non ha nulla da dire. Di fronte al quale con assoluta schiettezza, in una sorta di confessorio laico, non mi vergogno di mettere nudo la coscienza con tutti i suoi dubbi, incertezze e contraddizioni. Con l’amico di bastone non sempre sono d’accordo: posso anche dissentire, ma sempre con la certezza di un reciproco rispetto e stima.
Amico di spade: la spada ha una doppia lama. L’amico di spade ha un doppio profilo. Un Giano bifronte. Davanti, sorriso e mano sul cuore, in continui giuramenti di fedeltà e amicizia. Quando, però, ne hai davvero bisogno, inaspettatamente può voltarti le spalle. Esempio: c’era una volta un amico. Scherzi e lazzi erano il nostro passatempo, ma anche reciproche confidenze di gioie e tormenti giovanili. Un giorno gli rivelai il nome d’una ragazza, nelle cui secche mi ero insabbiato; lui, l’amico di spade, si interessò talmente della cosa che con un fendente a tradimento decapitò sul nascere il mio sentimento e mi portò via l’oggetto d’amore. L’amico di spade è veramente una spada di Damocle, una sorta di minaccia sempre presente, perché ha un fascino perverso, ti avvolge nelle sue spire suadenti, lasciandoti sempre una puntura di … veleno.
Gli amici sono tutti uguali, qualunque sia il segno di cui sono portatori. Non certo quello di spade. Credo che l’abbiate capito: di lui non ci si può fidare, ma il problema è capirlo fin dall’inizio.
Amico di denari: è l’amico sopra tutti, l’amico per eccellenza. Una specie di cintura di salvataggio. È l’amico che seguirei in capo al mondo, che siano le lande deserte del Gobi o siano i ghiacciai degli ottomila tibetani, ma per mia buona sorte, un amico così … ancora non l’ho trovato.
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lunedì 13 ottobre 2008
Dov’è il sorriso indulgente di Dio?
Mi piace guardare passare i treni. Fin da bambino, quando abitavo nella periferia torinese, non lontano dalla stazione del Lingotto. Mi appostavo sul cavalcavia di ferro e guardavo i treni che andavano verso sud e quelli che tornavano a rifiatare sui binari di Porta Nuova, trasportando persone e storie. Lo stesso faccio adesso dietro il cimitero, poco dopo la gora, quando insieme al cane vado a passeggiare da quelle parti. Guardo i treni passare e, nella corsa dei vagoni che si sovrappongono l’uno all’altro, cerco di catturare il mistero dei viaggiatori che si nasconde dietro i vetri: volti, movimenti e sguardi.
Come guardare scorci di vita dal buco della serratura. Bene, ultimamente, alcune immagini, per me significative, si sono riprodotte attraverso il gioco della luce degli affetti e dei sentimenti su determinate sostanze della realtà quotidiana. Come se avessi intercettato quelle immagini da un treno in fuga. Hanno trovato posto in un album esclusivo e adesso il dispositivo della mia scrittura cerca in qualche modo di renderle visibili per sottoporle al giudizio dei lettori.
Porta Palazzo, venerdì santo, ore quattordici. I commercianti stanno ritirando le loro merci e gli attrezzi. Quando, all’improvviso, come lazzari comparsi dal nulla, a piccoli gruppi, donne e uomini, soprattutto provenienti dai paesi dell’Est, si aggirano tra le bancarelle alla ricerca di qualcosa da mangiare. È un popolo affamato. Un uomo e un ragazzo attirano la mia attenzione. Forse un padre e un figlio. Il primo con il volto emaciato e la barba incipiente; il secondo dai tratti delicati dell’adolescente imberbe. Sono entrambi strampalati, ma hanno una loro dignità. Il ragazzo, d’improvviso, si getta sotto un banco di frutta e verdura, là dove c’è un mucchietto di mele scartate dal fruttivendolo. I frutti hanno già i segni della decomposizione. Li tasta con cura per saggiare se c’è ancora un po’ di polpa biancastra e zuccherina; poi, se l’esame è positivo, infila le mele in una specie di tascapane che porta a tracolla.
Un quarto d’ora dopo, presso l’area del parcheggio, altre donne e altri uomini, esseri derelitti, si apprestano ad eseguire il rito del “buco”. Mi avvicino all’auto: un ragazzo, seduto su un gradino tra il parapetto del controviale e le macchine parcheggiate, si volta verso di me. È diverso dagli altri. Elegantemente vestito, sembra un impiegato di banca nell’ora di pausa. Lo sguardo vuoto di chi frappone tra sé e gli altri un’incommensurabile distanza. Resto immobile, come incantato. Non so che fare. Il giovane uomo scarta una siringa monouso, poi, laccio emostatico un po’ sopra il gomito, freneticamente pizzica una vena non troppe volte martoriata. L’ago è infilato. Un colpo di stantuffo e via ad un fremito di felicità per endovena. Un rivolo di sangue che non vedo. Comincia il bel viaggio verso i deliziosi orizzonti di qualche paradiso artificiale. Pover’uomo, dov’è il sorriso indulgente di Dio?
Continua...
Come guardare scorci di vita dal buco della serratura. Bene, ultimamente, alcune immagini, per me significative, si sono riprodotte attraverso il gioco della luce degli affetti e dei sentimenti su determinate sostanze della realtà quotidiana. Come se avessi intercettato quelle immagini da un treno in fuga. Hanno trovato posto in un album esclusivo e adesso il dispositivo della mia scrittura cerca in qualche modo di renderle visibili per sottoporle al giudizio dei lettori.
Porta Palazzo, venerdì santo, ore quattordici. I commercianti stanno ritirando le loro merci e gli attrezzi. Quando, all’improvviso, come lazzari comparsi dal nulla, a piccoli gruppi, donne e uomini, soprattutto provenienti dai paesi dell’Est, si aggirano tra le bancarelle alla ricerca di qualcosa da mangiare. È un popolo affamato. Un uomo e un ragazzo attirano la mia attenzione. Forse un padre e un figlio. Il primo con il volto emaciato e la barba incipiente; il secondo dai tratti delicati dell’adolescente imberbe. Sono entrambi strampalati, ma hanno una loro dignità. Il ragazzo, d’improvviso, si getta sotto un banco di frutta e verdura, là dove c’è un mucchietto di mele scartate dal fruttivendolo. I frutti hanno già i segni della decomposizione. Li tasta con cura per saggiare se c’è ancora un po’ di polpa biancastra e zuccherina; poi, se l’esame è positivo, infila le mele in una specie di tascapane che porta a tracolla.
Un quarto d’ora dopo, presso l’area del parcheggio, altre donne e altri uomini, esseri derelitti, si apprestano ad eseguire il rito del “buco”. Mi avvicino all’auto: un ragazzo, seduto su un gradino tra il parapetto del controviale e le macchine parcheggiate, si volta verso di me. È diverso dagli altri. Elegantemente vestito, sembra un impiegato di banca nell’ora di pausa. Lo sguardo vuoto di chi frappone tra sé e gli altri un’incommensurabile distanza. Resto immobile, come incantato. Non so che fare. Il giovane uomo scarta una siringa monouso, poi, laccio emostatico un po’ sopra il gomito, freneticamente pizzica una vena non troppe volte martoriata. L’ago è infilato. Un colpo di stantuffo e via ad un fremito di felicità per endovena. Un rivolo di sangue che non vedo. Comincia il bel viaggio verso i deliziosi orizzonti di qualche paradiso artificiale. Pover’uomo, dov’è il sorriso indulgente di Dio?
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