Aveva conosciuto Myriam Glykerman al Torino Film Festival che si teneva ogni anno in autunno. Lei partecipava alla sezione cortometraggi con un piccolo film in 16 millimetri, intitolato “Le pantin et le flûtiste”. Erano sedute accanto durante la proiezione di alcuni film di Kiéslowski degli anni settanta, inseriti nella retrospettiva sulla scuola polacca di Lodz.
Era stata Myriam a rivolgerle la parola nell’intervallo tra un film e l’altro. Portava in testa un cappellino nero da cavallerizza e aveva unghie laccate in blu cobalto. Le aveva chiesto informazioni su un indirizzo. In città abitava uno degli ultimi superstiti del campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in Calabria. A questi doveva fare un’intervista per conto di uno studioso di storia contemporanea: un docente della Sorbonne di Parigi che da qualche anno stava raccogliendo nei paesi europei le testimonianze degli ultimi sopravvissuti per dare alle generazioni future tutte le prove dell’esistenza dello sterminio. Aveva accumulato una montagna di documenti, oltre un archivio filmato di testimonianze di ex deportati. Contro le folli tesi dei revisionisti. Da quando era in pensione si era ritirato sulle coste bretoni e nella sua grande casa conservava tutto il materiale. Lea se la cavava abbastanza bene con la lingua francese, avendola imparata da un pastore valdese. Dove lavorava era lei l’inteprete ogni volta che c’erano problemi di comunicazione con gente del Magreb o del Corno d’Africa.
Myriam aveva proposto a Lea di accompagnarla. Vi erano andate il giorno dopo, ma a quel recapito erano venute a sapere che l’uomo, grande testimone della deportazione e infaticabile cultore della memoria dei lager, era morto di cancro da più di un anno. Durante la rassegna avevano assistito insieme alla proiezione del film di Myriam. Un musicante, davanti ad una casa, suonava il flauto traverso. Una melodia suadente, trascinante, che catturava uno per volta passanti solitari. Ad uno ad uno entravano dentro la casa e non vi uscivano più. Myriam spiegò che si trattava di un aggiornamento della storia del Leviatano, che ai giorni nostri può vestire i panni di un politicante, di un presentatore televisivo o anche di un uomo delle assicurazioni. Il cortometraggio fu accolto abbastanza bene dal pubblico, ma non vinse nessun premio.
Myriam, alla fine del festival, aveva accettato l’invito di Lea e si era fermata per qualche giorno a casa sua. Così erano diventate amiche. Da allora, almeno una volta il mese, si sentivano al telefono oppure si scrivevano. Myriam in quel periodo stava lavorando per la televisione ad un documentario sul degrado delle periferie francesi. Lo spunto era stato dato dalla notizia di un ragazzo della banlieu che aveva ucciso a coltellate il suo insegnante, colpevole soltanto di avergli inflitto una punizione qualche tempo prima. Le due amiche erano entrate in gran confidenza. Myriam non perdeva occasione di parlare dei suoi amori che lei definiva rohmeriani, perché ognuno di essi era impostato su questo o quel proverbio. Nell’ultima telefonata, in primavera, le aveva confidato che aveva appena consumato una storia del tipo “non c’è regola senza eccezioni”. Disse che si trattava di una relazione che aveva tutti i presupposti per durare nel tempo. Lui era il classico bravo ragazzo, architetto di belle speranze, neanche troppo bello. Forse anche un po’ banale, con tanti progetti nella mente. Poi la storia aveva preso uno sviluppo imprevisto. Myriam avea finito per innamorarsi di un altro ma senza successo. Da quando tutto era finito si sentiva senza testa. Come una di quelle statue che, decapitate da un atto violento, sono custodite nelle teche di vetro di un museo per preservarle da altre mutilazioni. Ecco, allora Myriam viveva al riparo. Per quanto riguardava Lea, nonostante le sue innumerevoli cellule nervose, aveva ben poco da raccontare.
Myriam l’aveva invitata nella sua casa delle vacanze in Bretagna. Aveva accettato per non correre il rischio di restarsene in città a guardare i cormorani sul fiume e film già visti nella rassegna di cinema all’aperto. Avrebbe potuto rispondere all’annuncio di un certo dottor Carlo che aveva rotto con la fidanzata e, per fargliela pagare, stava cercando una ragazza da portarsi in vacanza ai Caraibi. Tutto spesato. Oppure, alternativa più drammatica, di finire da suo padre in montagna. Eccola invece, a fine estate, a Quiberon, una sottile lingua di terra srotolata sull’oceano a sbertucciare le tempeste. Myriam a Parigi era venuta ad aspettarla alla stazione, l’aveva ospitata nel suo piccolo appartamento del Quartiere Latino. Poi, la mattina dopo, erano partite in macchina alla volta della Bretagna. Patty Smith rediviva andava bene da ascoltare mentre percorrevano i lunghi saliscendi della Normandia. Anche Enya dalle cento voci con le sue melodie celtiche. Fecero solo una sosta per uno spuntino e poi a perdifiato fino alla costa selvaggia in faccia all’oceano.
Myriam aveva una graziosa casetta con il giardino e il tetto d’ardesia, in un agglomerato di villette tutte uguali, su un promontorio affacciaot sul mare. Dovevano dividere la stanza. Erano anni che Lea se ne stava al calduccio, tenuta a balia da una solitudine riottosa, sia pure con Nanà la gatta complice dei suoi soliloqui, e non fu facile all’inizio della convivenza quella sorta di cameratismo, ma dopo pochi giorni era riuscita, superata ogni titubanza, a spogliarsi davanti agli occhi della sua ospite con naturalezza. Myriam era completamente diversa. Se lei era come murata dentro di sé, l’altra era disinvolta, piena di finestre e spifferi. Combattiva, attenta ad ogni cosa che accadeva nel mondo, compiva qualsivoglia gesto e atto come se fosse il più normale. Era impertinente come Nanà. Anche nelle movenze aveva un che di felino. Era straordinaria con la videocamera digitale in mano che portava con sé ovunque andasse. Completamente identificata con l’obiettivo. Si serviva di quella protesi elettronica per secernere la sua visione del mondo. Lea si schermiva da quegli attacchi insidiosi con lo sfogo benefico dei suoi rossori. Ma Myriam non cedeva, anzi, più il soggetto era in difficoltà più incalzante era l’assedio.
“E’ il terzo occhio, il mio indispensabile occhio magico!”.
E le spiegava che, guardando attraverso l’obiettivo, riusciva a cogliere meglio il senso delle cose, nonché i sentimenti inespressi delle persone. Come se spiasse attraverso il buco della chiave.
“Non c’è strumento migliore per conoscere le persone, anche se queste per natura tendono a mettersi in posa o sulla difensiva. La gente non è come sembra. Ad esempio, dentro di te c’è un fuocherello sopito pronto a divampare”.
Quindi le spiegava le sue teorie fisionomiche con l’ausilio del lettore, attraverso la visione rallentata del dvd e il fermo immagine.
“Guarda i tuoi primi piani”.
“Non mi piace molto vedermi”.
“Anch’io ho un certo disagio quando mi rivedo in qualche ripresa, per il semplice fatto che non mi riconosco o non voglio riconoscermi”.
In quel momento bucava lo schermo il primo piano del volto di Lea. In realtà non era altro che un lungo piano-sequenza. L’aveva fatto Myriam al risveglio, il giorno dopo il loro arrivo, negli interni di casa, mentre la sua ospite impacciata si spostava da un ambiente all’altro e lei le girava intorno senza tregua. L’ossessionava seguendola ovunque.
“Tu non riesci a identificarti in quell’immagine, perché quella che vedi sullo schermo è un falso. Sono io l’artefice di quell’immagine, di quel frammento di realtà che ho composto secondo un particolare taglio di tempo e di spazio. Tu hai confidenza solo con l’immagine che più volte nella giornata vedi riflessa in qualche specchio delle tue brame. Ma anche ciò che vedi allo specchio non è altro che un mondo rovesciato. Quel grazioso neo che hai all’angolo della bocca, tu sei abituata a vederlo a destra, mentre io lo vedo a sinistra. Qual è il giusto punto di vista?”.
Per tutta la sera non fece altro che parlare d’estetica e di semiologia. Le sue parole tracimavano dagli argini della bocca come le acque di un’esondazione. Un’orgia parolaia che, senza farle titillare il martelletto dell’apparato uditivo, le stava frastornando il cervello. Myriam parlava, parlava, parlava in una chiacchiera sempre più futile. S’interruppe soltanto quando si accorse che la sua compagna faticava a seguirla. Lea, infatti, aveva cominciato a sbadigliare. Temeva d’averla offesa, ma Myriam non se l’era presa più di tanto.
“Non ti preoccupare! Hai tutta la mia comprensione. Purtroppo, come ha detto un musicologo di cui non ricordo il nome, le orecchie non hanno palpebre. Qualche volta perdo il senso della misura. Parlo, finché, il mio interlocutore con uno sbadiglio o una frase di circostanza non mi fa capire che è meglio smetterla”.
Risero insieme e si abbracciarono.
Tutti i giorni andavano al mare. Là dove l’oceano, ripiegando come una coperta rimboccata, scopriva una lunga estensione di sabbia, che si riempiva immediatamente di windsurf da spiaggia, aquiloni e cercatori di conchiglie.
“Forse dovrò andare via per qualche giorno”, le disse Myriam un pomeriggio, mentre erano intente ad aver cura dei fiori del suo piccolo giardino. Una strana malattia, il male bianco, stava scolorando e atrofizzando le foglie delle piante di rose. Alzò gli occhi verso di lei e l’espressione del suo viso tradusse immediatamente lo stato d’animo di quel momento.
“Non riesco a capire perché mi hai invitato se già sapevi che dopo pochi giorni avresti dovuto svignartela?” - protestò.
“Mi dispiace lasciarti da sola. So di non essere una buona padrona di casa. Abbandonare l’ospite pochi giorni dopo averla accolta è contro ogni elementare regola di ospitalità e cortesia. E tu fai bene ad avercela con me, ma se mi ascolti forse riesci a capirmi”.
Cominciò a raccontare di Jacob col quale aveva stretto un patto prima di partire per la Bretagna. Se l’uomo avesse telefonato, lei avrebbe dovuto raggiungerlo là dove fosse e stare con lui qualche giorno o poco più. Pian piano lo sgomento iniziale di Lea si trasformò in complicità e non ebbe più nulla da dire sul suo tradimento.
“Qual è la morale di questa storia?”.
“Tieni le mani in tasca se non vuoi che le metta qualcun altro”.
Credette di avere capito quello che intendeva e non fece altre domande. La loro conversazione poi si trasferì nel soggiorno davanti a due Pernod allungati in acqua ghiacciata.
“Jacob è felicemente sposato”.
“Immaginavo che ci fosse qualcosa di strano”.
“Già! Adesso basta parlare di me. Tu parli sempre poco di te stessa. Possibile che tu non riesca a scioglierti con me? Credevo fossimo diventate amiche!”.
“Non ho molte cose da raccontare. Poi amo molto di più ascoltare la vita altrui che parlare dei fatti miei”.
“Non so nulla dei tuoi fidanzati!”.
“Hans, si chiama Hans”. Si precipitò a dire in un’unica emissione di
fiato. Pronunciò quel nome come se fosse la cosa più naturale del mondo. Di nuovo Hans. La sua immagine galleggiava dolcemente sulla superficie della sua anima come un relitto. Perché l’aveva chiamato in causa anche in quell’occasione? Per impedire a Myriam di investigare oltre nella sua insignificante vita sentimentale, o perché davvero aveva condiviso il destino di Hans, da quando per la prima volta aveva visto la sua fotografia inserita nella pratica Bauer in ufficio. Hans era vivo, l’aveva resuscitato. Prima s’era inventata sua amica per carpire i segreti della sua vita dalla voce della signora Bauer e adesso addirittura era diventata sua amante.
“Ognuno di noi rispetta le libertà dell’altro. Io non so dove sia Hans in questo momento e lui non sa nulla di me, ma quando ci vediamo siamo felici di stare insieme”. Continuò a mentire spudoratamente. Myriam la guardò con sospetto.
“E’ un amore di testa o di stomaco?”.
Le chiese mettendole una mano appena sopra l’ombelico.
“Non capisco la domanda”.
“Come fai a stare lontana da lui?”.
Lea non fu capace di rispondere, anche perché aveva sempre timore di forzare troppo l’impostura. Quante volte si era chiesta se sarebbe stata degna di un individuo come Hans! A lei piaceva vivere rannicchiata nel grembo di giorni e ore sempre uguali. Lui disposto a far le bucce al futuro pur di non farsi scorticare. A vivere al limite, a mettersi sempre in discussione, pur nella logica di un’ideologia estrema. Certo avrebbe desiderato un compagno come Hans. Avventuriero, fuorilegge e terrorista. Un guastatore che sobillasse i suoi giorni sempre uguali. Allora si sentiva come gli abitanti della greca Alessandria che dagli spalti della città aspettavano l’arrivo dei barbari che finalmente avrebbero messo a ferro e fuoco la monotonia dell’ordine costituito. Non li temevano, solo agognavano una nuova rinascita. Per togliersi dall’imbarazzo, era corsa a prendere la fotografia di Hans, il suo ritratto a trent’anni che le aveva dato la madre, e che portava sempre con sé come un santino.
Anche Myriam fu piacevolmente colpita dalla bellezza del suo volto.
“Brava Lea! Adesso capisco perché non dici niente, hai paura che ti portino via un tale tesoro. Sai, mi ricorda Gerard Philipe. Che bel faccino angelico!”.
Già anche lui, breve come un sospiro.
Myriam doveva partire col primo treno del mattino. Destinazione: ritorno a Parigi. Si svegliarono insieme, Lea preparò la colazione. Succo d’arancia, fette biscottate e due tazze di caffè lungo. Myriam non parlò molto quella mattina. C’era qualcosa che non andava e non sapeva dire cosa. Aveva avuto una notte agitata, e Lea più volte l’aveva sentita rivoltarsi nel letto. Tra loro si svolse un dialogo ridotto all’osso.
“Che aria depressa!”. Myriam tacque.
“A che ora c’è il treno?”.
“Tra mezz’ora”.
“Allora sbrigati, altrimenti lo perdi”.
“Non ho più tanta fretta di partire”.
Sembrava pentita di dovere sempre obbedire senza battere ciglio alla volontà del suo amante. Aveva il presentimento di una catastrofe.
“A volte ho la sensazione di correre a vuoto. E’ tutta colpa del mio stomaco e dei suoi borborigmi!”. Un sorriso coscienziosamente forzato diede al suo viso un’espressione malinconica
“Vedrai, andrà tutto bene”. Poi l’accompagnò alla stazione. Disse che le lasciava la macchina come risarcimento, o come una sorta di pegno.
Appena rimasta da sola, Lea se ne andò al molo a vedere i pescherecci rientrare al porto, staffette i gabbiani con le loro gole aperte in rauchi gridi. Le ali lievemente inarcate sottovento, pronti a fiondarsi sugli scarti di pesce che i marinai gettavano in acqua. Il mare scintillava sotto i raggi del sole che aveva fretta di togliersi di dosso la sua buccia d’arancia. Era ancora presto e cominciò a passeggiare per il paese lento a svegliarsi. Arrivò fino al centro di talassoterapia e poi tornò indietro destando la sospetta curiosità dei pescatori intenti a sistemare le reti, di fronte ad una villeggiante mattiniera.
Appena a casa si mise a girare per le sue stanze linde. Almeno per qualche giorno sarebbe stata lontana dagli sguardi della telecamera, pensò. Ma Myriam già le mancava. Insieme alle sue parole e ai suoi pensieri. Come un visitatore calmo che si guardi intorno senza smania, si mise ad osservare un quadro di grandi dimensioni sopra il camino, raffigurante alcune pescatrici di ostriche tra gli scogli. Le piaceva guardare e toccare gli oggetti, accarezzarli, sentirne le scanalature e i rilievi. L’afferrabilità.
C’erano alcune cineserie: Myriam le aveva raccontato di un nonno viaggiatore, ingegnere aeronautico che negli anni Trenta aveva lasciato la Francia e la famiglia, e si era trasferito in Cina dove s’era messo a vendere i suoi progetti ai signori della guerra del Kuomintang. Là si era arricchito, ma poi erano arrivati i giapponesi ed era finito in un campo di prigionia. Alla fine della guerra, era tornato a casa senza il becco di un quattrino, portandosi dietro un bauletto decorato con motivi di giada. Dentro c’erano un servizio da tè di porcellana minuziosamente dipinto, due piccole tele verticali, esempi di tecnica a “pennellata abbreviata”, con figure di uomini e di animali che, a quanto ne sapeva Myriam, avevano un significato ritualistico e simbolico, e alcuni libri in inglese sull’arte cinese. Fiotti di luce inondavano gli interni: sbiadiva il bianco e nero di alcune fotografie di famiglia appese alle pareti. Restò ancora un po’ in piedi e poi tornò a dormire. Fu la telefonata di Myriam a svegliarla nel tardo pomeriggio. Era arrivata a Parigi. Sembrava di nuovo piena di allegria e vivacità, ma non aggiunse altro.
L’indomani s’imbarcò sul traghetto per andare verso l’isola. Accanto a lei erano seduti i componenti di una strana famiglia. Marito, moglie, la sorella di lui, il figlio adottivo della coppia. I due fratelli di taglia forte sembravano un gigante e una gigantessa redivivi da qualche leggenda nordica. Mangiavano con avidità panini americani a più strati. Lea, adolescente anoressica, da quando era guarita da quella strabiliante malattia, avevo cominciato ad avere in odio tutte le persone pappa e ciccia. Provò un senso di ripugnanza. Mentre la moglie, un’esile donna, tenendosi stretto il suo bel bambino indiano, lo riempiva di coccole. Vicino a lei, un giovane medico, che andava a prendere servizio alla condotta sanitaria dell’isola, conversava con un ipocondriaco che continuava a chiedergli informazioni sui sintomi della sua gastrite. L’uomo era ormai convinto di avere un brutto male incurabile e non c’era verso di fargli cambiare idea. Il medico tentava di rassicurarlo, dicendogli che era un semplice disturbo della digestione, ma il malato immaginario, sentendosi alla fine, aveva deciso di trasferirsi sull’isola per morirvi.
L’isola col suo lungo profilo cominciò a trasparire dietro le nebbie del mattino che andavano man mano dissipandosi, come se fosse affiorata da un mondo abissale. Poi il traghetto entrò nell’imboccatura del porto, a ridosso della fortezza che si stagliava sul mare come un transatlantico di roccia, con la prua puntata in alto prima di inabissarsi. Oppure una nave pronta per essere varata. Sui torrioni della cittadella erano rimaste impigliate alcune nuvole che coprivano il sole. Faceva freddo, ma Lea decise ugualmente di noleggiare una bicicletta. Zainetto in spalla, con dentro la colazione e un asciugamano per un picnic sulla spiaggia, si mise in viaggio per l’isola. Sentiva un fremito di delizia al vento della corsa. Da tanto tempo non si era sentita così libera, la stessa sensazione che aveva provato nei giorni in cui salava la scuola. Pedalava con tranquillità lungo sentieri polverosi, tra i campi coltivati, le greggi al pascolo e qualche cavallo allo stato brado. Voleva arrivare dall’altra parte dell’isola, sulla costa selvaggia. Lungo la strada incontrò altri villeggianti in bicicletta. Sembrava che andassero tutti nella medesima direzione. Verso il mare come i lemming in una delle loro migrazioni periodiche. Uscì dal gruppo e deviò verso un sentiero laterale, infilato come un dito nodoso e rigido dentro un boschetto di oleandri, allontanandosi sempre più dai percorsi che bordeggiavano la costa. La stradina sembrava non portare da nessuna parte. Intorno a lei i colori della terra: una tavolozza di gialli, rossi, violetti, arancioni. Qua e là macchie di vegetazione: tremiti di scarlatto, ocra e turchino. E le tinte pastello delle case. Sentivo dentro di sé una strana voglia di perdersi. Dopo pochi chilometri, sbucò in un piccolo villaggio dell’entroterra al di là degli alberi. Non molto lontano da un piccolo campo di aviazione per aerei da turismo. Appoggiò la bicicletta ad un muretto di pietra e si sedette su un terrapieno per riprendere fiato e fare riposare le gambe. Poi si distese sull’erba per vedere il cielo. Il cielo di Bretagna che una volta al telefono Myriam le aveva descritto come una cupola michelangiolesca. Così tersa che affacciati alle sue balaustre si potevano vedere gli angeli. A Lea sembrava fosse fatto a strati. Nuvole corsare scorrazzavano tra cielo e mare. La nuvolaglia diede l’assalto all’isola. Si mise a piovere. Staffili lucenti. Una donna con uno scialle tirato sulla testa, facendole ampi gesti, la invitò a ripararsi dentro la sua casa di pietra azzurrognola. Sistemò la bicicletta sotto il pergolato, vicino alle gabbie dei conigli, e seguì la donna.
“Qui il tempo cambia in fretta. Capricci del vento. Un mattino sgombro di nuvole può preludere alla bufera. Viceversa, quando all’alba il cielo è grigio, nel pomeriggio quasi certamente c’è un sole radioso. In questa stagione è il vento dell’ovest che porta la tempesta”.
“Quanto potrà durare?”.
“Un po’!”.. Lea si mostrò preoccupata.
“Se dovesse continuare, potete fermarvi qua”.
“Devo restituire la bicicletta”.
“Può farlo mio marito quando torna. Adesso non vi dovete preoccupare. Siete in buone mani. Tutto si può risolvere. Quando si ha un problema è come trovarsi all’interno di una camera chiusa. Tenti di uscire dalla finestra. Non è possibile, è troppo alta. Allora cerchi un varco attraverso il camino, ma il condotto è troppo stretto. Che fare? A questo punto ti guardi intorno, solo in quel momento ti accorgi che per tutto il tempo le porte erano aperte”.
Raccontò l’aneddoto con l’accento ruvido dei bretoni. Lea disse di essere italiana. La vecchia le fece i complimenti perché parlava bene la sua lingua. Poi le preparò una tazza di tè e tagliò una fetta di crostata di pesci.
“E’ fatta con filetto di persico, salmone, e pesce bianco. Ci sono anche dei gamberetti”.
“E la salsa?”.
“Zafferano, polpa di astice e purea di patate”. La salsa homardine.
“E’ ottima, madame...”.
“Madame Kerneis...Béatrice Kerneis”.
Tornò il marito dai campi, fradicio come un pesce appena tirato dall’acqua. Lea strinse una mano avvizzita, ma ancora forte. Fatte le presentazioni, l’uomo si scusò con l’ospite e salì al piano di sopra per cambiarsi d’abito.
“Anch’io sono un buon cuoco”. Disse quando ridiscese tra le due donne.
“Non lo metto in dubbio”. Rise la moglie, facendo l’occhiolino a Lea.
“Italiana?”. Chiese rivolgendosi a Lea, che rispose con un cenno di assenso con la testa
“Conosco la vostra lingua perché l’ho sentita tante volte parlare da parte di gruppi di turisti”.
“Fa freddo fuori! Perché non accendiamo il camino?”.
Il padrone di casa andò a prendere un po’ di legna e accese il fuoco. La moglie riordinò la cucina. Il fuoco piano piano si affievolì, ma nella stanza si sentiva già un caldo tepore. La signora Kerneis con un rametto a forcella si mise a tracciare sulla cenere strani segni: spirali come i movimenti sinuosi di una serpe e anelli concentrici come i cerchi di un’acqua morta lievemente increspata.
“Ho scritto un augurio di buona fortuna in un’antica lingua celtica che parlavano i nostri vecchi”. Poi col palmo della mano scompigliò quei crittogrammi di oscuro significato.
“Maman Kerneis sa fare sortilegi!”. Madame Kerneis scoppiò a ridere. Un’altra risata delle sue che, quando si spezzavano, si traducevano in bizzarri squittii.
“Fermatevi da noi. C’è la camera degli ospiti. Fino a qualche anno fa era la camera di nostro figlio, ma un giorno è partito e non è più tornato. Odiava la nostra isola e tutti quelli che vi abitavano e arrivavano. L’ultima volta ci ha scritto dall’Inghilterra. Ironia della sorte. Un’altra isola, soltanto un po’ più grande”.
Lea decise di accettare, perché non se la sentiva di imbarcarsi col mare un po’ troppo sulle sue. Quando poi non c’era nessuno ad aspettarla. Si sedettero vicino al camino. Il marito partì col furgone per restituire la bicicletta al noleggio davanti al porto. Madame Kerneis andò nella camera vicina e dopo un po’ ritornò completamente cambiata. Sopra un abito nero indossava una pettorina gaiolata dai vivaci arabeschi. Un’ampia gorgiera la faceva rassomigliare alla stravagante monaca di un film felliniano, mentre la cuffia un po’ ricamata, un po’ plissettata, da cui era sfuggito un ciuffo disordinato di capelli grigi, ne faceva il soggetto di un ritratto di qualche pittore di Pont-Aven.
“Questo è il costume tradizionale della Cornovaglia” - disse con un certo orgoglio - “Lo indosso nelle grandi occasioni”.
Lea si sentì lusingata dall’accoglienza. Rientrando, il marito rimase di stucco.
“Oggi facciamo festa in onore della nostra ospite”.
Andò a prendere una bottiglia di liquore fatto in casa.
“Chouchenn. E’ idromele fatto con sidro e miele. Assaggiatelo! Chi ne beve parla come un poeta!”. Lo versò nei bicchieri e poi cominciò a raccontare.
“Basta con la storia della caccia al lupo! L’hai raccontata tante di quelle volte!”. Sospirò.
“Già, ma Mademoiselle l’italienne non l’ha ancora ascoltata”.
“Va bene, ti ascolto. Vecchio Henrik Kerneis, sei testardo come un mulo!”.
Madame Kerneis strizzò l’occhio verso Lea, alla quale sembrò che ancora una volta, seppure con una certa rassegnazione, si disponesse ad ascoltare il marito. Si sfilò gli zoccoli e poggiò i piedi sul ripiano di pietra intorno al camino.
“Grace de Dieu!”. Si limitò a dire.
“Lo sapete che quando, durante la guerra, i tedeschi sbarcarono sull’isola e si installarono a Port-Coter, sul punto più alto, anche un vecchio lupo, venuto da chissà dove, forse buttato via dal suo branco, girava da queste parti. Per quanto assurdo possa essere, un lupo era padrone dei nostri campi. Qualcuno diceva che l’avevano portato i tedeschi su un biplano dalla Finlandia per farci ancora più paura. Altri che era fuggito dai regni di Brocelianda...”.
“La foresta di re Artù”.
“Esattamente! Lo sapete anche voi!…”.
“Ho abitato nella terra degli occitani”.
“Aveva attraversato il mare e aveva fissato la sua monarchia sull’isola. Qualcuno addirittura pensava che si trattasse di un lupo mannaro. Erano tante le storie che circolavano. Poi, alcuni pastori cominciarono a lamentare stragi di pecore e agnelli nei propri greggi. A quel punto decisero di rivolgersi a me, Henrik Kerneis, l’unico cacciatore che c’era sull’isola”. Disse come un soldato smargiasso.
“Gli abitanti dell’isola sono pescatori, nati con i piedi nell’acqua. Io sono un uomo di terra, un contadino. Da sempre preferisco la caccia e spesso sbarco sul continente nella stagione propizia. Ma era tanto tempo che non sparavo un colpo. Lo schioppo, pur se ben custodito nello stipo, aveva ormai preso polvere e ruggine. La pelle fulva dell’ultima volpe uccisa, pregna degli umori mutevoli delle stagioni, sventolava ormai come un vessillo logoro e scolorito sulla tettoia del capanno degli attrezzi”.
“Dapprima mi tirai indietro, soprattutto perché era imminente il parto di Béatrice e io non volevo assolutamente mancare alla nascita del primogenito. D’altro canto l’orgoglio non mi consentiva di rinunciare se volevo arricchire di nuove imprese la mia leggenda di cacciatore. Così mi lasciai convincere confidando che fosse un affare di breve tempo. Béatrice non ebbe nulla da ridire”. Madame Kerneis annuì.
“Beatrice tornò per un po’ di tempo alla casa del padre. Così ripresi in mano il mio fucile e per renderlo di nuovo efficace ne lubrificai l’anima con olio di tartaruga che mi avevano regalato alcuni pescatori appena tornati dall’Africa”.
“C’era il coprifuoco. I tedeschi, temendo uno sbarco degli alleati, sorvegliavano l’isola in ogni anfratto. Era pericoloso, ma uscii lo stesso. La notte era un calice senza stelle. La luna navigava altrove. Avevano avvistato il lupo vicino alla Pointe des Poulains. La quiete dell’isola, sulla costa est, era solo insultata dal latrare dei cani del guardiano del faro. Suonò l’allarme. Gli abitanti dei villaggi vicini erano corsi a rifugiarsi nei fossati che avevano scavato fuori dai paesi. La luce del faro cominciò a frugare il cielo in ogni direzione. Arrivarono le Vedove Nere, le fortezze volanti americane, ma si disinteressarono completamente della nostra isola. Non aveva valore strategico. Come api solerti gli aerei avevano fiutato altrove un nettare più prelibato. Sul continente le città e i porti erano fuoco e fiamme”.
“Mi dimenticai del lupo e restai tutta la notte acquattato nel mio nascondiglio dietro uno spuntone roccioso. Il cielo tornò tranquillo e gli abitanti dei villaggi rientrarono nelle loro case. Mi misi a perlustrare la zona fino agli scogli cercando le tracce del lupo. Poi decisi di aspettare. Non volevo tornare a casa senza la pelle del predatore. Volevo regalarla a mio figlio. All’alba il cielo s’accomiatò dolcemente dal sodalizio con la notte. Ero in trepidazione per Béatrice”.
“Grace de Dieu!”, commentò Béatrice.
Monsieur Kerneis parlava come un poeta. Con un istinto vitale, che veniva rigenerato ogni volta che aveva davanti a sé un uditorio, sapeva impreziosire il suo discorso di metafore.
“Mi raggiunsero alcuni abitanti di Kerdavid e di altri villaggi, dicendomi che il lupo si aggirava nell’entroterra. Mi accompagnarono in camion là dove era stato avvistato. Poi mi lasciarono da solo. Non volevo nessuno con me, mi avrebbero dato soltanto fastidio. Con una trappola rudimentale sepolta nel fogliame catturai alcuni capi di selvaggina. Piccoli roditori e lepri. Poi sventrai gli animali e ne bagnai con cura i corpi nel loro stesso sangue ancora caldo in modo che il lupo fiutando nella direzione del vento fosse trafitto dagli aculei di quella fragranza. Aspettai un’ora e ancora un’altra ora. Ma non accadde nulla”.
E giù un altro bicchiere di idromele.
“Salii su una collina scoscesa e mi sistemai in modo tale che il frugare del vento non tradisse la mia presenza. Da lì con binocolo mi misi a scrutare tutto il pianoro sottostante, dal bosco dei lecci fino al mulino di Philibert Borgeaud. Aspettai pensando al figlio che sarebbe nato entro pochi giorni. Non avevo dubbi che dai lombi forti di Béatrice sarebbe venuto alla luce un figlio maschio”. Nel frattempo, accarezzandosi la barba bianca, guardava Béatrice con una tenerezza commovente e la donna era ancora capace di arrossire agli sguardi innamorati dello sposo.
“Grace de Dieu!”.
“Lo sapevamo entrambi. Madame Cachelin, fornaia e fattucchiera, una donna grassa come un otre aveva mandato Béatrice, già incinta di qualche mese, ad attingere l’acqua al pozzo con un secchio e l’aveva istruita in modo che, appena vi fosse giunta riempisse d’acqua il secchio e quindi senza voltarsi se la versasse alle spalle...”.
“E’ tutto vero! Mentre facevo tutto quello che mi aveva detto Madame Cachelin, passò da quelle parti Thierry...”.
“Thierry chi?”.
“Thierry Matignon, il pastore di Gouastin. Credendomi in difficoltà, volle darmi una mano. Madame ne aveva tratto che avremmo avuto un figlio maschio come l’uomo che mi aveva visto al pozzo con la pancia grossa”.
“Sino al tramonto non vidi nulla. Poi, ecco, lo vidi ad occhio nudo. Veniva avanti con un’andatura sbilenca, dietro l’inquietudine della fame. Tutto tacque. Il vento, il cielo, il mare. L’aria cessò di respirare. Dai rami gli uccelli spiccarono il volo, come se gli alberi se li fossero improvvisamente scrollati di dosso. Era un lupo grigio. Macilento e affamato. Si fermò e cominciò a torcere il muso da una parte e dall’altra, l’olfatto teso a fiutarsi intorno. Dalle narici usciva un fiato umido. Annusò qualcosa. Si avvicinò alla trappola. Dentro una gabbia di legno avevo messo un coniglio vivo”.
Monsieur Kerneis si alzò dalla poltrona e comincio a camminare su e già per la stanza. Adesso si mise a far la parodia di ogni scena che descriveva. Lea e Béatrice ascoltavamo impassibili.
“Imbracciai il fucile con il colpo in canna. Presi la mira con attenzione, cercando di far collimare il mirino sull’estremità della canna con l’alzo del fucile. Il cuore batteva forte. Come un martello teneva il mio corpo inchiodato a terra. Ero piuttosto eccitato e avevo paura di sbagliare. Con il dito sul grilletto, aspettai prima di sparare. La mano doveva essere assolutamente ferma. Il lupo cominciò a frugare tra le frasche e i ramoscelli, poi li sbatacchiò via e con furore si avventò sui corpi, molli come tuorli, uncinandone le teneri carni con unghiate feroci. Il coniglio cominciò a girare su se stesso con piroette forsennate. Il lupo sospinse da una parte la gabbia, la scoperchiò come una scatola. I vari pezzi caddero a terra come un castello di carte. Il piccolo animale tentò di scappare, ma il lupo con una zampata lo fece stramazzare. Gli affondò le zanne. Dall’involto scucito e straziato uscirono viscere ancora calde e sgorgarono fontanelle di sangue. Poi, alla fine del pasto, con una semplice torsione della zampa scaraventò via la buccia che fece una parabola forsennata fin quando l’arco teso dell’orizzonte di quel misero proiettile andò a morire in un brulichio vermiglio nel boschetto di lecci”.
Era un sapiente cantastorie, un vero e proprio maestro nell’arte della parola. Sapeva dosare gli effetti per rendere più avvincente il racconto.
“Grace de Dieu! Mio caro Enrik, c’est fini?”.
Ecco, tese il braccio, simulando il momento del colpo fatale.
“Sembrava che il lupo avesse placato la sua insaziabile fame, sia pure con un pasto modesto. Si mise a pisciare tutt’intorno per marcare i confini del suo territorio. Poi si sdraiò sulle zampe posteriori nel baricentro dell’isola. Si sentiva sovrano dell’isola. Fu allora che sparai. La pallottola sibilando squassò il silenzio. Trapassò l’aria con tutta la sua irruenza e andò a colpire il fianco esposto del lupo. L’animale guaì per il dolore, urlò per la rabbia, ma non morì. Almeno non morì subito. Strascicando il suo corpo ferito andò a rifugiarsi nel bosco. Scesi precipitosamente già dalla collina con un nuovo colpo in canna. Seguii la scia di sangue. Ma non riuscii più a rintracciarlo. Era scomparso in una cattedrale di nebbia. Da allora non ne abbiamo saputo più nulla. Il suo corpo non è mai stato ritrovato”.
“Grace de Dieu! C’est fini! Perdonami Enrik, ma continuo a pensare che quello fosse solo un povero cane randagio”.
Poi, volgendosi verso Lea, aggiunse:
“Il nostro è stato un matrimonio felice, anche se Enrik è un gran bugiardo!”.
Il vecchio bellilois, di fronte allo scetticismo della moglie, ebbe un moto di stizza. Béatrice da parte sua si limitò a sigillarne gli umori dentro l’urna incolmabile dei suoi rassegnati benedicite. Forse la tempesta che infuriava, forse quello che aveva bevuto l’avevano messa in un particolare stato di eccitazione. Andarono a dormire, ma non riuscì a prendere subito sonno. Le girava un po’ la testa. Nel dormiveglia fece uno strano sogno. Sognò un cavallo correre attraverso solitudini conosciute, luoghi ricorrenti nella geografia dei suoi viaggi notturni. Ecco che d’improvviso da un arbusto di rampicanti di madreselva sbucò una serpe lattaria che con un guizzo si avvolse come un vilucchio attorno ad una delle zampe anteriori del cavallo, arrivando a morderlo alla congiuntura del garrese. L’animale s’impennò disarcionando il cavaliere. Questi aveva il volto di Hans, di suo padre, di Erasmo Terrasanta, del giovane Kerneis, che tramutavano prodigiosamente l’uno nell’altro. Poi sognò l’enorme bocca del lupo che le alitava sul collo, mentre acque apocalittiche inondavano la terra. Si svegliò di soprassalto. Nella stanza degli ospiti al piano rialzato. Nella casa di pietra del piccolo villaggio. Sulla piccola isola del grande mare oceano. L’indomani Monsieur Kerneis l’accompagnò al porto. La rappresaglia di cielo e mare era cessata. Promise di tornare a far visita ai suoi ospiti prima di partire per l’Italia.
Nel tardo pomeriggio salì sul traghetto del ritorno. Appena a casa, mise in funzione la segreteria telefonica. C’era un messaggio di Myriam che, in lacrime, le diceva di andarla ad aspettare alla stazione. Sarebbe arrivata in serata.
Andò alla stazione ad aspettarla. Quando scese dal treno aveva grandi occhiali neri calcati sul viso. L’abbracciò con calore, ma non disse una parola.
“La casa non è mai stata così in ordine! Non sarai per caso andata a dormire in albergo?”.
“No, sono stata all’isola. Volevo fare un picnic sulla spiaggia. Poi c’è stata una tempesta e una coppia di vecchi bellilois mi ha ospitato. Se hai voglia di ascoltarmi, ti racconto quello che mi è successo”.
Myriam si tolse gli occhiali scoprendo occhi gonfi di pianto.
“Più tardi, adesso ho solo bisogno di farmi una doccia”.
Tutte e due stanche, dopo avere bevuto un punch caldo, si ritrovarono a letto. Myriam, pallida e dolente, si tenne stretta all’amica tutta la notte. Mentre Lea, senza sapere perché, prima di addormentarsi ricordò la frase che le aveva detto Terrasanta alla fine del loro incontro. Il vecchio amico si sentiva come se, uscito di corsa da casa, fosse immediatamente rientrato per riprendere qualcosa che aveva dimenticato. Quella notte, probabilmente, l’avrebbe chiamato forte per nome.
Continua...
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venerdì 12 dicembre 2008
martedì 21 ottobre 2008
È stato tutto uno scherzo. - Muoio se te ne vai (Anna Achmatova)
“Mi chiamo Rada Andreevna Vyatchanina”. Si era presentata così, quando l’aveva conosciuta in un piccolo ristorante-caffetteria sulla Fontanka che si trovava vicino alla casa di Anna Achmatova. Si trovava in Russia per raccontare l’agonia dell’impero sovietico. Aveva ricevuto l’incarico, sia perché il corrispondente si era improvvisamente ammalato, sia perché il direttore aveva voluto affidarsi a lui, nonostante fosse un principiante, per la conoscenza che aveva della lingua e cultura russe. Quella era la sua stagione migliore e non aveva avuto alcun problema ad accettare di buon grado.All’età di trentasei anni era la sua grande occasione e non ci avrebbe rinunciato per nessun motivo. Si spostava tra Mosca e Leningrado. In questa città aveva scelto di alloggiare da una vecchia amica, Yelena Pakhalina, che già l’aveva ospitato dieci anni prima, quando frequentava i corsi di russo alla facoltà di lingue.
La Pakhalina era una donna di sessant’anni che viveva in un piccolo alloggio, che da qualche tempo al catasto non era più registrato come modello abitativo delle kommunalki. L’appartamento si trovava nella periferia a nord-est della città, al secondo piano di uno degli anonimi palazzi, abitati soprattutto dalla piccola borghesia impiegatizia e intellettuale, da ufficiali dell’armata rossa in pensione e dalla classe operaia oramai poco illuminata dal sole dell’avvenire. Gli edifici costituivano il frutto dell’inurbamento di massa del secondo dopoguerra e una delle tante esperienze di trasformazione urbana in direzione dell’egualitarismo. Yelena si recava ogni giorno nel vicino bosco di betulle, per raccogliere mirtilli, lamponi e altri frutti, con cui preparava le sue marmellate da offrire a colazione. Nostalgica dei giorni migliori di Kruscëv e Breznev, aveva in gran dispetto Gorbaçev e la Gorbaçeva, da lei disprezzati come pidocchi arrinisciuti (la sua ospite citava un’espressione gergale simile a quella siciliana) rispetto alle infime condizioni dei russi, anzi in confronto alla portentosa povertà della maggior parte della popolazione. Yelena odiava Michail Sergheevic. Terrasanta guardava le cose con i suoi occhi occidentali, ma mai avrebbe osato contestare le opinioni della Pakhalina, per la quale, dopo cinque anni, la perestrojka del presidente aveva prodotto soltanto miseria, caos, conflitti etnici, corruzione. Al segretario, inoltre, sempre pronto a fare passerella e ricevere onori negli Usa e in Europa, rimproverava di essersi troppo inginocchiato davanti all’occidente, mentre il suo popolo ogni giorno era costretto a stringere cinghia con i negozi desolatamente vuoti. L’agricoltura era sempre stata il punto debole dell’economia dell’impero. Si costringevano i cittadini ai sacrifici per reggere la concorrenza nell’industria militare dell’altra superpotenza. Terrasanta dava il suo contribuito al bilancio familiare della vedova – il marito kazako, soldato dell’Armata Rossa, era morto in Afghanistan combattendo suo malgrado contro i talebani – facendo la spesa nei berioşka dei turisti e nei supermercati della nomenclatura, avamposti dell’economia di mercato ben incastonati tra le frattaglie urbanistiche della città, anche se la donna provava ogni volta un senso di disagio. A lui, tuttavia, bastavano i boršč di Yelena Pakhalina per vedere restituiti i suoi crediti e onorati gli impegni. Glielo ricordava ogni volta scherzando. Aveva un figlio di vent’anni, al quale l’italiano aveva regalato un paio di scarpe Reebock, rendendolo felice. Glep lavorava in una tipografia statale e, sapendo delle sue passioni letterarie, gli aveva fatto omaggio di una rara edizione dell’opera completa di Turgenev. Leningrado, come la capitale, in quel periodo era ancora la città del mercato nero e del doppio cambio, delle vecchie Zastava, Lada e Zigulì in panne ai margini delle strade larghe e spaziose, delle misure per l’eliminazione dell’ubriachezza e dell’alcolismo rivelatesi tanto inutili da favorire la circolazione di vodka adulterata con lucido da scarpe, prodotti di scarto del petrolio e altri percolati. Ma era anche la città delle imprevedibili ondate di hari krishna con le loro surreali sarabande tra la folla della prospettiva Nevskji, dei primi restauri delle chiese e dei palazzi settecenteschi sui canali con i soldi delle imprese finlandesi, dei cadaveri dei vecchi, che i criminali avevano espropriato delle loro case nel centro storico, restituiti dalla Neva quando le acque si scioglievano agli incipienti tepori primaverili.
Fu proprio Glep a parlargli di Rada, consigliandogli prudenza, perché la donna era sorvegliata dagli informatori della polizia segreta. Anche Erasmo aveva il sospetto di avere sempre qualcuno alle calcagna. Nel giro della stampa si diceva che la medesima sorte toccasse a tutti i giornalisti stranieri. L’intento era di controllare che non prendessero contatti col gruppo di dissidenti che volevano riforme più radicali. Tutti sapevano che, nonostante la perestrojca e la glasnost, la vecchia nomenclatura aveva ancora il controllo totale degli apparati. Che avesse il suo buon angelo custode, Terrasanta se ne accorse quando, tornando una sera verso casa a tarda ora, sorprese l’ombra di un uomo dietro un cespuglio. Lo chiamò prima con l’appellativo di “gradžanìn”, poi con quello di “tovàriŝ”. Lo sconosciuto uscì allo scoperto, come un ubriaco barcollante. Si vedeva, però, che stava simulando. Si avvicinò allo straniero e gli propose di scambiarsi le scarpe. Lui non si scompose e, sorridendo, gli disse che calzava un numero di misura inferiore e, pertanto, le sue calzature non erano proprio adatte al grosso piede dell’uomo, dato che lo sopravanzava in altezza di un bella spanna. Questi, esagerando la gestualità, provò ad insistere. Poi, piano piano, decise di condurre a buon fine il suo gioco. Terrasanta, un po’ per entrare nelle sue grazie, un po’ per ripagarlo della sua estemporanea interpretazione, gli fece omaggio di un pacchetto di sigarette americane, che portava sempre con sé per procurarsi soprattutto i favori di qualche custode nei palazzi del potere. L’uomo lo ringraziò mille volte e si dileguò nella notte.
Dopo qualche giorno, Erasmo Terrasanta ebbe la sensazione di potersi muovere con maggiore libertà senza avere il fiato sul collo di solerti e misteriosi funzionari dei servizi di sicurezza. Ad ogni modo, quando Glep gli comunicò il giorno e il luogo dell’appuntamento, prese le sue precauzioni. Uscì di casa molto presto, anche se l’appuntamento era fissato per la sera, e scelse di comportarsi come se davvero qualcuno, opportunamente camuffato, lo stesse pedinando. A quell’ora Igor Burulia, l’inquilino del terzo piano, era ancora disteso sulla panchina, dove la moglie l’aveva lasciato a dormire all’addiaccio, finché non avesse riacquistato la necessaria sobrietà, e il sottoufficiale di marina Antòn Stepaniants, vissuto per vent’anni dentro la pancia di un sommergibile nucleare alla fonda nel Mar Baltico, era già seduto sulla sua seggiola, nel giardinetto davanti al palazzo, per non perdere di vista lo spettacolo quotidiano offerto dagli abitanti del quartiere. “Ŝtul” era il suo appellativo, perché, quando il tempo lo consentiva, stava tutto il giorno con il suo culo piatto incollato alla sedia, salvo distaccarsene quando doveva occuparsi delle inevitabili incombenze quotidiane. Ogni tanto leggeva il giornale, o un libro.
Terrasanta la prese con calma, dilatando i tempi, come se dovesse fiaccare la pazienza di eventuali segugi. Entrò nella bulocnaja vicino alla fermata dell’autobus, per acquistare ciornji kleb, del pane nero di segale, e mangiarlo lungo la strada. Con la commessa dai fianchi larghi, che era sempre di buon umore, scambiò una fitta e banale conversazione sulle condizioni del tempo e su un cantante italiano, di cui la donna aveva il manifesto sulla porta del gabinetto di casa. Poi, s’imbarcò sull’autobus affollato di massaie che cominciavano il loro mattiniero percorso obbligato, col sacchetto di plastica al braccio da un mercato colcosiano all’altro, da un magazzino all’altro, alla ricerca di un po’ di patate, cavolo o barbabietola per la zuppa, mentre gli uomini ai tempi della regolazione della vodka si ubriacavano di pivo nella bancarelle improvvisate, finché la milizia la sera non li caricava sulle camionette, accompagnandoli a smaltire la sbronza in guardina.
Discese nelle viscere della metropolitana alla stazione “Ozerki” e, dopo un ozioso giro da treno all’altro, uscì alla stazione Nevskij Prospekt. Mangiò tre blinì caldi e fumanti al chiosco, prima di recarsi in ufficio non lontano dal monastero di Aleksandr Nevskij. Il predecessore aveva allestito un piccolo ufficio funzionale alla bisogna per le corrispondenze, che Terrasanta divideva con un collega, un giornalista freelance che collaborava con un canale televisivo francese. C’era una segretaria, pratica del computer e poliglotta, a gestire l’ufficio per gli appuntamenti e le chiamate. Capace anche di preparare un ottimo tè alle ore opportune, col samovar che c’era in ufficio. Il direttore del suo giornale aveva telefonato per fargli i complimenti sull’ultimo pezzo relativo alla vita notturna nella città baltica. Lo considerava una buona metafora su quello che stava per accadere: l’utopia socialista paragonata a un dongiovanni che oramai metteva in atto tecniche di seduzione fuori moda. I russi, alla formazione dell’uomo nuovo, preferivano le suggestioni delle soap opera sulle grandi dinastie americane. Sognavano la ricchezza, il consumismo e l’economia di mercato e, se parlavano con uno straniero, la prima cosa che pretendevano di sapere era quanto fosse grande e potente la sua automobile. Così capivano quanto denaro aveva. Quando entrò, la segretaria gli consegnò l’ultima agenzia: uno scienziato, direttore dell’Istituto dei metalli superelastici a Ufà, era stato condannato a sei anni di reclusione con la condizionale “per avere contrabbandato tecnologia alla Corea del Sud”. Il professore sosteneva di avere ceduto ai coreani solo documenti per la fabbricazione di dischi per le ruote delle auto; i servizi segreti russi sostenevano, invece, che i documenti riguardassero la costruzione di missili. Restò fino a sera a scrivere il pezzo per l’inserto culturale della domenica: la sintesi di una lunga conversazione con il sindaco riformista della città, Anatolij Sobcjak, che sarebbe caduto in disgrazia nel futuro prossimo per un’inchiesta sulla corruzione. Erasmo arrivò all’appuntamento in anticipo. Il locale esibiva un’aria di ancien régime in salsa soviet kitsch: sulle pareti drappeggiate di rosso scarlatto erano affissi i ritratti sbiaditi dei vecchi segretari di partito, di operai stacanovisti medagliati per la loro produttività. C’erano anche bandiere con la falce e martello, ma anche le fotografie di Visotskij e di Marina Vlady, l’attrice di Godard, dolce compagna del cantautore russo. Ogni tavolo era segnato da un piccolo busto in bronzo, tra cui si riconoscevano quelli di Lenin, Stalin e Dzeržinskij. Non c’era quello di Gorbaçev. Il ristorante era già abbastanza pieno di avventori, molti stranieri. Si potevano gustare alcune specialità della cucina ucraina: il pollo alla Kiev in particolare e la vodka aromatizzata al miele e pepe. C’era ancora qualche tavolo libero.
“Mi chiamo Rada Andreevna Vyatchanina – così si presentò al giornalista italiano – Rada… ma non sono così contenta come dice il mio nome”
Era entrata nel locale, accompagnata da quattro giovanotti taciturni che erano andati a prendere posto a tavoli diversi. Un quinto era restato davanti all’ingresso a sorvegliare la strada. Rada l’aveva riconosciuto perché Terrasanta, come d’intesa, aveva il giornale aperto sul tavolo.
“Sono amici, i migliori che si possano avere. Per fedeltà e generosità. Veniamo tutti dallo stesso quartiere, dove siamo cresciuti insieme. Mi fanno da scorta durante gli spostamenti in città. In caso di pericolo, mi aiutano a scappare, creando una via di fuga. Qui siamo abbastanza tranquilli. Se notano qualche movimento sospetto, abbiamo due alternative: fuggire in direzione del fiume oppure dileguarci sulla prospettiva, tra la folla ancora numerosa che si riversa nelle stazioni della metropolitana”, disse spiegando la scelta strategica del locale.
Era una bella ragazza, come lo erano tante giovani donne di Leningrado prima di cominciare ad ingrassare e sfiorire nel ruolo di mogli sconsolate. Si tolse la giacchetta di flanella, sistemandola alla spalliera della sedia. Con una camicetta di raso d’un colore giallo sbiadito, un po’ démodé, pantaloni di tela - capi acquistati ai magazzini Gostinyi Dvor - e il belletto approssimativo sulla faccia pallida, sembrava l’interprete canterina di una pellicola sovietica di propaganda, anni Cinquanta, sui piani quinquennali staliniani. Erasmo la immaginò in una scena di vita rurale, con alle spalle un coro di contadine in costume, tra macchine agricole, silos e sterminati campi di grano. I suoi capelli, pettinati con cura, erano acconciati come quelli di una giovane sposa. Con un cercine di finto corallo sulla sommità della testa. Negli occhi oblunghi, venati di melanconia, scintillava il celeste biancheggiante dell’alba. Gli orecchini e una collana d’ambra rendevano ancora più prezioso il volto di Rada. Quando sorrideva, le sue labbra si schiudevano appena e il suo sorriso sembrava restare impigliato nella fessura tra gli incisivi superiori, lievemente scomposti.
“Glep mi ha detto che sei un giornalista italiano e che posso fidarmi di te”
“Mi ha accennato a qualcosa, ma mi è difficile capire in che modo posso aiutarti. ”
“Sono sorvegliata e devo muovermi con molta prudenza. Ho cercato di mettermi in contatto con altri giornalisti occidentali, ma finora non ci sono riuscita. Vorrei far conoscere la mia storia al mondo, ma pare che nessuno voglia ascoltarmi. Fanno di tutto per evitarmi, temendo forse di essere espulsi dal paese o che non venga rinnovato il visto alla prossima occasione. Aiutami, ti prego!”. Cominciò a si singhiozzare, prendendo le mani dell’interlocutore tra le sue. Erasmo si lasciò commuovere dalle lacrime e dal tremore dei suoi palmi freddi. Ordinò da mangiare per sé e gli amici di Rada, perché la ragazza affermò di non avere appetito.
“Comincia il racconto, poi mi farò venire qualche idea”
“Amo mio marito. Pëtr è un maratoneta”
“Da quanto tempo non hai più sue notizie?”
“Da aprile. È partito con la squadra nazionale di atletica per partecipare ad una gara internazionale in Europa. Prima di partire, mi ha salutato con affetto, promettendomi un bel regalo dalla città, dove andava a gareggiare” “Tuo marito è un dissidente?” “Con me non ha mai parlato di politica. Ce l’aveva con il nuovo gruppo dirigente. Parlava di corruzione, ma come tutti…La politica è sporca, era il suo solito commento” “In che senso?” “Soffriva per le difficili condizioni di vita del nostro popolo” “Mangia qualcosa!”, fu il suo invito premuroso.
“Ti ringrazio, ma davvero non ho fame” “Aveva dei nemici?” “Pëtr era buono come il pane. Non poteva avere nemici” “Rada, non pensi che tuo marito abbia deciso di andarsene di sua volontà?” “Non ci credo, non ci posso credere. Non l’avrebbe mai fatto senza portarmi con sé”, esclamò alzando il tono della voce e stringendo i pugni.
“Dimmi bene tutto quello che sai”. Ogni tanto Terrasanta addentava un raviolo ripieno di verdure.
“Stava facendo la sua gara a Monaco, sotto una pioggia a dirotto. Improvvisamente è sparito. Lui, abituato a correre con i primi per la vittoria, era rimasto un po’ indietro. Nessuno se ne è accorto, neanche i giudici di gara. Neanche il suo allenatore che lo seguiva lungo il percorso in bicicletta. Così, almeno, ha detto lui. Pëtr non è mai arrivato al traguardo. Non ci sono immagini televisive, perché nessun canale ha seguito l’evento” “Come sei venuta a sapere queste cose?” “Me le ha raccontate il suo amico allenatore”. Pronunciò la parola amico con un tono sarcastico. Fece cenno di sputare per terra in segno di disprezzo, ma si trattenne dal farlo per buona educazione.
“E gli altri?” “Quando sono rientrati, bocche cucite!” “Quindi solo uno ha parlato con te?”
Annuì. “Ma non ha voluto aggiungere nient’altro. Ho maledetto lui e tutti gli altri. Brutti bastardi! Hanno avuto paura! Qualcuno li ha intimiditi!”
Faceva parte della procedura, imposta dall’organizzazione del partito, che un burocrate della polizia segreta accompagnasse gli atleti sovietici nelle trasferte all’estero, proprio per evitare che qualcuno di loro facesse il salto della quaglia. La stessa cosa, probabilmente, era capitata alla squadra di atletica. L’uomo dei servizi, nel rispetto del codice sui comportamenti che un cittadino sovietico deve tenere nel mondo occidentale, aveva intimato il silenzio a tutti, atleti e accompagnatori. Sarebbe stato lui a fare rapporto agli uffici preposti. Per questo Rada era controllata e tenuta sotto pressione. C’era il timore che potesse prendere contatti con qualche giornale occidentale e restituisse una brutta immagine del paese. A dispetto della trasparenza e della ricostruzione di un mondo nuovo e riformato.
“Calmati adesso!”, disse Erasmo.
“Offrimi da bere, per favore!”. Ordinò una bottiglia di Strogoff al cameriere vestito da hippy. Rada trangugiò di colpo il primo bicchiere, poi il secondo e il terzo. In quel momento si avvicinò al tavolo il giovanotto che era rimasto fuori a sorvegliare l’ingresso. C’era un’automobile sospetta ferma sul canale. Nello stesso tempo si alzarono gli altri, circondarono la loro protetta e tutti insieme si avviarono verso l’uscita.
“Credo che per stasera basti. Siamo costretti a interrompere la nostra conversazione. Adesso devo andare, ma ho bisogno di vederti ancora. Ti farò sapere quando, tramite Glep”, disse voltandosi verso l’uomo. Nel frattempo le lacrime ripresero a rigarle le guance. Trascorsero cinque minuti. Comparve un uomo dall’aspetto insignificante. Andò a parlare con Saŝa, il cameriere hippy. Erasmo aveva ripreso tranquillamente a mangiare. Con gli occhi abbassati sul piatto. Così come faceva a scuola, quando cercava di sottrarsi allo sguardo del professore che, in procinto di interrogare, dito puntato sul registro aperto, scrutava i suoi alunni uno ad uno. L’uomo si guardò intorno, senza soffermarsi su qualcuno in particolare. Gli altri avventori avevano seguito con scarso interesse la scena. L’uomo si imbucò nella notte gelida. Terrasanta pagò il conto e lasciò due banconote da dieci dollari al cameriere, perché non l’aveva tradito. Saŝa mostrò tutta la sua contentezza, quei dollari corrispondevano più o meno alla metà del suo guadagno mensile.
Il giorno dopo, chiese a Tanja di fare una ricerca sul marito di Rada. Non ci volle molto tempo per avere il dossier del maratoneta sulla sua scrivania. Pëtr Vyatchanin aveva trentacinque anni. Era ancora un atleta competitivo, ma i grandi successi appartenevano ormai al passato. Aveva perso lo smalto di un tempo. In un’intervista rilasciata alla Komsomolskaja Pravda, il quotidiano della gioventù comunista, si percepivano il disincanto dell’uomo e la stanchezza del campione, là dove citava l’ineluttabilità del tempo e l’improvvisa difficoltà a programmare il suo futuro sportivo. Si sarebbe ritirato dalle competizioni dopo le olimpiadi di Barcellona, ma dava la sensazione di parteciparvi senza troppa convinzione di vittoria o almeno di un risultato soddisfacente. Ad un certo punto dell’intervista, c’era una risposta sibillina: “Alla mia età, bisogna guardare avanti, passo dopo passo! Anzi, devo cominciare a guardare altrove!”. Più avanti aggiungeva: “Come gli uccelli in gabbia, i russi hanno voglia di fuggire. Fuggono, ma poi tornano. Se succede, è inutile corrergli dietro, perché devono essere loro a decidere da soli quando tornare. Basta aspettare. E tornano”
Si poteva pensare alla ricerca di una sistemazione lontana da un prevedibile ruolo sportivo, una volta che avesse smesso di correre, ma si poteva anche supporre che avesse intenzione di fissare nuovi confini alla sua vita, magari da un’altra parte del mondo. Forse, per realizzare questo sogno, sarebbe stato disposto, almeno in un primo tempo, a sacrificare la moglie Rada. Il giornalista Terrasanta aveva una regola nel suo lavoro: era abituato a tendere sempre il filo del dubbio per fare incespicare ogni possibile verità apparente; non voleva lasciarsi sedurre da ipotesi, di cui soltanto il crollo poi sarebbe stato certo.
Tanja era riuscita a recuperare un trafiletto su un giornale tedesco, dove si raccontava della scomparsa di un atleta russo, durante lo svolgimento della maratona di Monaco. Possibile che un uomo possa svanire nel nulla, senza lasciare tracce? Oltretutto, durante una manifestazione sportiva internazionale? Se così fosse stato, significava che qualcuno l’aveva aiutato con un piano organizzato nei minimi dettagli, mettendo a disposizione risorse e mezzi. Per prima cosa decise di contattare la società sportiva di Pëtr Vyatchanin. La segretaria obbedì alla richiesta, ma non nascose le sue perplessità. Aveva ragione: gli interpellati opposero un netto rifiuto. Nessun colloquio con i giornalisti stranieri, questo era l’ordine tassativo. Provò a parlare con alcuni colleghi della stampa estera, ma nessuno ne sapeva nulla. La storia del maratoneta scomparso, evidentemente, era stata rimossa, o meglio oscurata.
Dopo il tentativo andato a vuoto di mettersi in contatto con lo staff di Pëtr, qualcuno aveva pensato bene di informare l’Ufficio risorse umane. Così il solito personaggio era di nuovo sulle sue tracce. Bastarono pochi giorni per abituarsi alla compagnia. Per un po’ di tempo Rada non si fece vedere. Terrasanta chiese sue notizie a Glep, ma neanche lui ne sapeva nulla. Il giornalista italiano tralasciò la sua indagine e riprese il normale lavoro quotidiano. In caccia di notizie, per raccontare il lento declino dell’impero. Per una settimana si recò a Mosca, per seguire alla Duma due importanti dibattiti: il primo sulle rivolte indipendentiste delle repubbliche sovietiche, il secondo sui rischi di depravazione della gioventù sovietica, a seguito della contaminazione dei modelli occidentali. Bisognava educarli a trovare un ruolo nella società, piuttosto che incitarli a seguire le proprie passioni.
Al suo rientro, Glep gli disse che Rada si era fatta viva e voleva avere un nuovo incontro con lui. Si sarebbero visti a casa della giovane donna, vicino al monumento agli eroici difensori di Leningrado. Glep gli consigliò di lasciare a casa i suoi abiti di taglio italiano e di vestire secondo la foggia degli anonimi cittadini russi. Questa volta era necessario ricorrere ad uno stratagemma, se voleva seminare lo scagnozzo, il quale puntuale era già al suo posto dall’altra parte della strada. Lo salutò con cordialità. L’uomo, che assomigliava al marinaio Vakulinchuk della corazzata Potëmkin, a sua volta ricambiò il cenno di saluto. Tra segugio e preda era sorta una specie di complicità, pur nella logica dei rispettivi ruoli. Erasmo s’incamminò verso la stazione del metrò e si lasciò inghiottire dall’interminabile scala mobile, che scendeva sotto il livello dei canali. Vakulinchuk era alla sue spalle a rispettosa distanza. Cominciò a scendere i gradini di corsa. Alla fine della discesa, approfittò della ressa che si stava formando tra i passeggeri che salivano e scendevano, e con un balzo s’inerpicò su per le rampe della scala mobile che lo riportava in superficie. L’uomo che lo pedinava fu attardato da una vecchia signora ben in arnese che stava spingendo un passeggino, capiente come una cornucopia di roba da mangiare acquistata al mercato alimentare Kuznečnji Dopo qualche minuto Terrasanta era di nuovo fuori dalla stazione, dove ad attenderlo c’era un’automobile col motore acceso. Alla guida uno dei giovanotti, amici di Rada. Dopo un po’ anche il segugio emerse sulla strada, ma la macchina aveva già svoltato l’angolo. Il piano aveva funzionato. Dove abitava Rada c’era un secondo scagnozzo a sorvegliare il palazzo. L’amico di Rada infilò un berretto sulla testa di Terrasanta, calcandoglielo ben bene. Poi, dirigendosi verso il palazzo, mise un braccio attorno alle sue spalle e gli suggerì di farfugliare parole incomprensibili, in qualunque lingua gli venisse in mente. Avvicinandosi all’uomo, con l’indice premuto sulla gola, gli fece capire che il suo compare aveva bevuto un po’ troppo.
Salirono in ascensore e il giovanotto gli indicò la porta dell’appartamento di Rada, prima di accomiatarsi. Venne ad aprire Rada con a fianco un terranova che, appena varcò la soglia, gli mise le zampe anteriori sulle spalle, col rischio di farlo cadere a terra. Rada indossava una vestaglia da camera.
“Vestito così sembri proprio uno di noi! Forse un azero dalla carnagione bruna e dai capelli neri!”. Terrasanta aveva gli occhi mori e i tratti saraceni, scolpiti su un ceppo di antiche barbe elleniche e fenicie.
L’appartamento era ben arredato: nel piccolo soggiorno c’erano un divano e due poltrone rivestiti di tessuto con convenzionali motivi a fiore. Diversi tappeti, provenienti da qualche repubblica caucasica, coprivano il pavimento e le pareti. Qua e là c’era qualche slabbratura nella tappezzeria. Una pendola, disposta nell’angolo destro della camera, tagliava il tempo a fette di quarti d’ora. Non si contavano le coppe e i trofei disseminati a riempire ogni angolo e spazio. Il cane si adagiò ai suoi piedi.
“Ti ho fatto venire qui, perché non potevo lasciare sola mia madre. Vive con noi. Due anni fa è stata colpita da un ictus. Non può più parlare e camminare. Adesso sta dormendo. Ad ogni modo qui siamo abbastanza tranquilli. Nessuno ha mai osato fare irruzione a casa mia. Si limitano a controllare le mie mosse a distanza!”
“Ha vinto tanto tuo marito!”, esclamò Terrasanta.
“È un grande atleta e un grande uomo!”
Rada prese una bottiglia di vino che veniva dal Mar Nero.
“Sei riuscito a fare qualcosa?”
“Non ho ottenuto nessun risultato. Solo omertà”
Un’ombra di tristezza calò sullo sguardo della ragazza.
“Non ti preoccupare! Ho sangue mediterraneo. Quando inizio qualcosa, ho l’abitudine di arrivare fino in fondo”. In quel pronunciamento, ostentò la solita sicumera professionale, ma ad un tempo mostrò anche tutta la sua inettitudine nel fare buon uso di affetto, protezione e buone parole nei confronti di una persona angosciata, qual era in quel momento Rada.
“Non pretendo da te lunghi discorsi o promesse. Penso di cominciare a conoscerti abbastanza bene. Glep e sua madre mi hanno dato ottime credenziali su di te. Mi fido di te come di un fratello o di un amico”
Mentre parlava, si alzò improvvisamente dal divano. Il terranova dal folto pelo nero si sollevò insieme a lei, la seguì per qualche passo, poi andò a sdraiarsi su un altro metro quadro del grande tappeto. Cominciò a camminare su e giù per la stanza, bevendo di quando in quando sorsi di vino e tirando brevi boccate dalla sigaretta.
“Vieni nell’altra stanza!”. Appena varcarono la soglia della camera da letto, dai muri esplose d’improvviso la meraviglia di innumerevoli quadri di ogni dimensione. Vicino alla finestra c’era un cavalletto avvolto da uno scialle di seta. Rada sollevò il velo. Sulla tela era dipinta una donna nuda in piedi che guardava fuori dalla finestra aperta sul golfo di Finlandia. Sullo sfondo un uccello grifagno nero, teso in volo come un fallo. Come se dovesse squarciare la prospettiva del quadro e andare a conficcarsi lontano, oltremare, in una trama labile e iridata di riflessi. Il quadro sembrava incompiuto. La finestra era sospesa nel vuoto e la figura femminile sollevata da terra. Non c’erano né tetto né pavimento a marcare la differenza tra cielo e terra. C’era armonia tra gli elementi che componevano il quadro: cielo, terra e mare erano in comunicazione. Ma Terrasanta fu turbato soprattutto dalla bellezza del nudo femminile. Sensuale e ascetico nello stesso tempo.
“Pëtr ha voluto che il cielo invadesse la stanza”
“Mio marito non è solo un grande campione della corsa, ma è un pittore conosciuto nella nostra città! Fa parte del gruppo “Majakovskaja 1703”, un centro di cultura libera, non proprio ben visto dalle autorità. Majakovskji come simbolo della rivolta anticonformista. Il 1703, come sai, è l’anno di fondazione della città. Questa è l’ultima opera a cui stava lavorando: sono io quella donna. Mi ha sempre considerato la sua musa ispiratrice e la sua modella preferita. Finirà il quadro al suo ritorno”
Sopra il letto c’era un’icona con un Cristo trionfante: tutt’intorno erano appesi i suoi ultimi lavori, nei quali c’era un tema ricorrente: la ricerca di un mondo diverso, che si intravedeva dietro un muro, oltre una linea di orizzonte. Al di là di un ponte.
“Ci siamo conosciuti all’Accademia di Belle Arti, dove eravamo entrambi studenti. Mi sono diplomata anch’io, ma non sono mai stata brava come Pëtr. Così ho messo da parte ogni ambizione artistica per dedicarmi completamente a lui”
Ritornarono nel piccolo soggiorno.
“C’è una cosa che mio marito non sa ancora. Non sono riuscita a dirglielo… perché l’ho scoperto qualche tempo dopo la sua partenza”
Fece una pausa. Le si illuminarono gli occhi in quel momento.
“Aspetto un bambino!”. Aveva provato a dirlo con tono noncurante, ma subito dopo fu presa di nuovo dallo sconforto e cominciò a piangere. I tratti regolari del suo volto furono stravolti. Terrasanta notò che dall’inquietudine delle pupille trapelava tutto il suo sgomento; nei suoi occhi si rifletteva un cielo di temporale, quel grumo di dolore che aveva nell’anima. Il cane tornò ad accucciarsi ai suoi piedi, scodinzolando per esprimere la sua fraterna vicinanza.
“Stai tranquilla! Le cose si aggiusteranno”. Queste furono le uniche parole che riuscì a pronunciare. Poi, silenzio. Lei lo fissò e lui si sentì terribilmente poco sicuro di sé.
“Bisogna dirglielo! Quanto abbiamo desiderato di avere il nostro primo figlio! E adesso lui non c’è per dividere con me questa gioia. Qualcuno dovrà pure farglielo sapere!”.
Erasmo guardava l’imbrunire incollarsi ai vetri della finestra. Quando uscì in strada, notò con un certo stupore che l’uomo dei servizi se n’era già andato via. Mentre si recava verso la stazione della metropolitana, Erasmo continuava a ripetere a se stesso che si sarebbe impegnato e avrebbe fatto tutto quello che era giusto per aiutare Rada. Tanto per cominciare avrebbe reso pubblica la storia della moglie del maratoneta attraverso il suo giornale. Prima di tornare in ufficio, decise di fermarsi alla “Dom knighi”: cercava una copia de “La natura non indifferente” di Ejsenstein.
Quella fu l’ultima volta in cui vide Rada. Un giorno, Tanja gli consegnò un’agenzia: il campione sovietico di maratona, Pëtr Vyatchanin, fuggito in occidente alcuni mesi prima, aveva chiesto asilo politico negli Stati Uniti ed entro qualche tempo sarebbe stato naturalizzato cittadino americano.
Poi, la Storia intinse la penna nello spirito cartesiano e cominciò a scrivere le sue pagine più importanti. Nell’estate del 1991, il presidente dell’Unione Sovietica, Michail Gorbacëv partì con la moglie Raissa per un breve periodo di vacanza a Foros sul Mar Nero. All’alba del 19 agosto i carri armati fecero irruzione a Mosca. Gorbacëv fu fatto prigioniero con la sua famiglia nella dacia in Crimea. Il golpe durò appena tre giorni e si concluse con la disfatta del regime comunista. Era il prologo della dissoluzione dell’Unione Sovietica e dei nuovi assetti geopolitici dell’Europa.
“Pagò duramente il paese, smembrato e in preda al caos. E pagammo noi, la mia famiglia, La salute di mia moglie avrebbe subito un colpo mortale. In un certo senso la vita ha cominciato a lasciarla lì, in quei giorni di agosto”, racconterà Gorbacëv.
“Boris Eltsin fece finta di difendere la Casa Bianca dagli stalinisti”, commenterà Valentin Varrenikov, comandante in capo delle forze terrestri dell’Armata Rossa, tra gli ideologi del colpo di Stato contro Gorbacëv. A quasi ottant’anni sarebbe diventato deputato della Duma, avendo a disposizione un elegante ufficio affacciato sul Cremlino.
Il 21 agosto nelle strade di Mosca e Leningrado ci furono scontri tra dimostranti e militari favorevoli al golpe. Una manciata di morti. Per lo più l’esercito si schierò contro il putsch. Al quarto giorno i golpisti si arresero e furono arrestati. Il ministro Pavlov non aveva retto alla tensione ed era completamente ubriaco quando si consegnò nelle mani dei rivoltosi. Eltsin divenne l’orso bianco della nuova Russia, finché riuscì a reggere il bicchiere in mano, restaurando un potere che non doveva essere discusso e che avrebbe messo in campo ogni mezzo per impedirlo. Il paese aveva preso atto di una situazione che non si poteva più cambiare e non aveva voglia di indugiare in troppe analisi.
Rada, al quinto mese di gravidanza, un giorno d’inveno – il termometro segnava meno trenta gradi - prima ingollò d’un fiato un’intera bottiglia di vodka, poi si lasciò precipitare nel vuoto dalla finestra del suo appartamento, scartavetrando tredici piani di architettura socialista. Il suo fu come il volo del piccione viaggiatore, a cui viene reciso il ramo dell’oftalmico del nervo trigemino. Non più in grado di percepire le forze del campo magnetico terrestre, perde la strada del ritorno. La madre, vedendo la figlia salire sul davanzale della finestra, cercò di disincagliarsi dalla sua immobilità e bloccarla, ma schiantò nel suo tentativo estremo. Terrasanta rimpatriò dopo sei mesi. Aveva abbastanza materiale per pubblicare un libro reportage sull’agonia e morte dell’Unione Sovietica, ma rinunciò. Era partito come un esploratore curioso di scoprire una nuova terra, alla fine del viaggio si era accorto che si era limitato a girare intorno ad essa.
“Vedi, mio piccolo Erasmo! Non è più il paese che hai conosciuto e amato dieci anni fa. Purtroppo, sfortunatamente è accaduto qualcosa che non è stato possibile eludere”, gli disse una volta Yelena Pakhalina.
Continua...
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