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giovedì 30 giugno 2011

Brucia, prof, brucia!

L’anno scolastico è giunto a metà del suo corso e, con esso, aumenta il rischio di logoramento psicofisico degli insegnanti. Che cos’è questo fenomeno noto come burnout? Si tratta di una condizione caratterizzata da affaticamento fisico ed emotivo, atteggiamento distaccato e apatico nei rapporti interpersonali, sentimento di frustrazione e perdita di controllo dei propri impulsi. E’ soprattutto appannaggio delle cosiddette helping profession tra cui sono compresi psicologi, assistenti sociali, medici, psichiatri ed insegnanti. Le relazioni sono psichicamente usuranti ed i docenti ne devono avere con studenti, loro genitori, colleghi e dirigente scolastico. Si consideri infine che l’insegnante è vittima dell’infondato stereotipo dello “scansafatiche”. Lei afferma che la categoria degli insegnanti è più esposta rispetto ad altri lavoratori al rischio di burnout? Perché? Con la pubblicazione scientifica dello studio “Quale rischio di patologia psichiatrica per la categoria professionale degli insegnanti?”, è stato operato un confronto tra quattro macrocategorie professionali di dipendenti dell’Amministrazione Pubblica (insegnanti, impiegati, personale sanitario, operai). I risultati mostrano inequivocabilmente che la categoria degli insegnanti - in controtendenza con gli stereotipi diffusi nell’opinione pubblica - è soggetta a una frequenza di patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori manuali. Lo studio evidenzia inoltre come gli insegnanti presentino il rischio di sviluppare una neoplasia, superiore di 1.5-2 volte rispetto ad operatori manuali ed impiegati. Ciò è verosimilmente conseguenza della immunodepressione che accompagna gli stati ansioso-depressivi e le condizioni stressanti. A ulteriore riprova del fatto che la professione dell’insegnante è a rischio di patologia psichiatrica, studi analoghi a quello milanese sono stati condotti nella ASL di Torino e di Verona, ottenendo risultati sovrapponibili. Infatti la percentuale di motivazioni psichiatriche che hanno determinato l’accertamento medico-collegiale nei docenti è stata rispettivamente del 48,9% e del 46,3%. Procedendo a ritroso nel tempo (1979) troviamo inoltre una pubblicazione della CISL dal titolo significativo: “Insegnare logora?”. Nella ricerca condotta insieme all’Università di Pavia su 2.000 insegnanti dell’area milanese risultò che il 30% del campione faceva uso di psicofarmaci, con punte del 34% tra i docenti che operavano in periferia. Il fenomeno del Disagio Mentale Professionale (DMP) tra gli insegnanti è una questione internazionale - proprio perché collegato all’attività professionale svolta – ed è stata la Francia ad aver lanciato per prima il preoccupante allarme suicidi tra gli insegnanti nel 2007. Non ultimo, il Giappone ha fatto registrare, nell’ultimo decennio, un incremento dal 34 al 56% delle cause psichiatriche di astensione del lavoro per malattia. Anche in Germania il recente studio fatto in Baviera ha evidenziato come la maggior parte dei prepensionamenti per causa di salute hanno luogo in seguito a malattie mentali, con significativa differenza a svantaggio delle donne che – è bene ricordarlo – rappresentano l’82% del corpo docente. Si tratta insomma di un problema, legato alla professione svolta, che non conosce frontiere.
Quali sono i fattori che predispongono il corpo insegnante al burnout? Le ragioni del DMP sono molteplici e complesse. Teniamo innanzitutto per buone le motivazioni già espresse (gli stereotipi dell’opinione pubblica), cui si aggiungono una bassa considerazione per la professione, ed il basso salario che ne discende. Annoveriamo inoltre la globalizzazione con studenti di diverse etnie, l’abolizione delle scuole speciali per i ragazzi portatori di handicap, l’informatizzazione con l’avvento di internet, la comunicazione veloce grazie alla telefonia, la moltiplicazione delle reti televisive con un’ampia offerta etc. Vi sono poi i fattori sociali quali l’abbandono dell’educazione “normativa” in famiglia che è oggi rimpiazzata da quella “affettiva”. La sostituzione dell’asse genitore-insegnante con quello genitore-figlio (ancora più serrato e deleterio nelle famiglie che oggi in larga maggioranza hanno il figlio unico). Oggi il genitore è divenuto il sindacalista del figlio nel senso deteriore del termine. La categoria professionale dei nostri docenti possiede inoltre un’età media avanzata (50 anni) con molti anni di servizio alle spalle. Uno scenario davvero preoccupante, destinato a peggiorare se non ci diamo da fare.
Quali sono i sintomi che possono farci capire se un docente è in burnout? Innanzitutto la ritrosia ad affrontare a viso aperto il malessere psichico. Ciò induce il docente ad isolarsi attuando reazioni di adattamento (chiamate coping in gergo specialistico) negative quali il bere, il fumare, il pasticcarsi. Il passo verso la vera e propria malattia psichiatra è dunque breve ed è definitivamente sancito dalla perdita della capacità critica e di giudizio. Cosa per la quale scatteranno inconsapevolmente dei meccanismi di difesa quali l’aggressività nei confronti del prossimo o la fuga dagli impegni, frequenti manie di persecuzione e accuse di mobbing nei confronti del dirigente scolastico e dei colleghi. L’evidente ricaduta sull’utenza è facilmente immaginabile. Sembra quasi che la collettività riconosca all’insegnante di poter arrivare al massimo ad una condizione di “esaurimento” (il burnout appunto) ma non certo allo stadio di malattia psichiatrica propriamente detta. Il fenomeno si spiega in maniera assai semplice: l’opinione pubblica ritiene che un lavoro semplice e “poco impegnativo” come quello dell’insegnante – con mezza giornata di lavoro e 3 mesi di ferie all’anno – può generare al massimo piccoli contrattempi o qualche insignificante grattacapo. Inoltre va ricordato che gli insegnanti in Italia sono quasi un milione e rappresentano un’ampia fetta di opinione pubblica. Ciò equivale a riconoscere che loro stessi sono “condizionati” dai suddetti stereotipi e si vergognano a parlare del proprio disagio.
Quanto i dirigenti scolastici hanno la consapevolezza e la capacità di gestire il fenomeno? Nel corso del penultimo anno scolastico (2007/08), insieme all’Associazione Nazionale Presidi, abbiamo condotto un’indagine nazionale su 1.412 dirigenti scolastici (DS) per valutare l’appropriatezza della gestione e della prevenzione del DMP scolastico attuate nei rispettivi istituti. Il risultato è sconfortante poiché meno dell’1% dei DS conosce ed utilizza in modo appropriato gli strumenti per gestire il DMP (cioè il ricorso alla Commissione Medica di Verifica). Ci conforta però sapere che docenti e DS ritengono fondamentale che le istituzioni provvedano a fornire un’adeguata formazione dei presidi in tema di gestione e prevenzione del DMP negli insegnanti (89,3% dei docenti e 96,8% dei DS) informando questi ultimi dei rischi psicosociali cui espone la professione.
Come (e soprattutto se) si può fare prevenzione? Oltre a formare i DS sulla gestione del DMP, occorre mettere gli insegnanti in grado di riconoscere i fattori predisponenti al burnout ed i segnali clinici premonitori. Ciò al fine di consentire loro di effettuare un’autovalutazione del livello di rischio che è rappresentato dalla sommatoria di fattori professionali ed extraprofessionali (es. eredo-familiarità, carattere, fattori biologici come sesso ed età, stili di vita, vita di relazione, grandi eventi etc). Occorre poi avere ben presenti i rischi psicosociali che comporta la professione svolta (per giunta marchiata da infondati stereotipi cui gli stessi docenti sono inconsciamente soggetti) aiuta certamente gli interessati a monitorare le proprie reazioni, controllare gli impulsi e mantenere accettabili i livelli di stress, condividendo il disagio tra colleghi e predisponendosi a favorire il reinserimento lavorativo di chi ha attraversato il DMP.
Qual è la percentuale di insegnanti che si presentano in Collegio Medico di Verifica con diagnosi psichiatrica? A livello nazionale non si dispone di questi dati, anche se i Ministeri competenti dovrebbero attrezzarsi per ovviare alla mancanza. Nella provincia di Milano possiamo affermare, con cognizione di causa, che le visite di accertamento per le inabilità al lavoro dei docenti vedono oggi alla base una diagnosi psichiatrica nel 70% dei casi (nel ’92 erano solo – si fa per dire – il 40%). Notiamo invece che le insegnanti delle materne si “usurano” prima delle colleghe della scuola primaria (45 anni rispetto a 46,5) poiché cominciano prima a lavorare. Questo fenomeno è dunque riconducibile all’anzianità di servizio ed è confermato dal fatto che professori delle medie e del liceo giungono all’osservazione del collegio medico rispettivamente a 48 e 50 anni. Certamente vi sono delle patologie psichiatriche (psicosi, disturbi di personalità etc) prevalentemente riconducibili all’eredo-familiarità dell’interessato, ma sono la minoranza, non superando il 30% della casistica psichiatrica riscontrata. Come abbiamo visto, i dirigenti purtroppo sono ben lontani dal conoscere le modalità per gestire questi casi complessi, ricorrendo all’accertamento sanitario in CMV spesso in maniera approssimativa. Le patologie reattive (depressione, ansia, disturbi dell’adattamento etc.) restano comunque la stragrande maggioranza (70% del totale) e richiedono un percorso alla cui base deve esserci la condivisione e il supporto dei colleghi. Ecco perché docenti e dirigenti devono essere informati sul rischio e formati rispettivamente su come prevenirlo e gestirlo.
Ci sono disposizioni ministeriali per prevenire o intervenire nel problema? Per il momento ancora nessuna disposizione ministeriale in materia. Stranamente un silenzio assordante anche da parte dei sindacati. La strada è dunque in salita ma spero che le ricerche svolte e il nuovo Testo Unico per la tutela della salute dei lavoratori (D. L.vo 81/2008 e successive modifiche integrative col D. L.vo. 106/09) portino al più presto le istituzioni ad interessarsi concretamente alle condizione in cui oggi versano i docenti. Si pensi poi che l’art. 28 del succitato decreto impone di misurare lo stress lavoro correlato anche tenendo conto dell’età e del sesso del lavoratore. Inutile ricordare che l’82% del corpo docente è donna con un’età media di 50 anni. Intanto, su impulso dei docenti che hanno partecipato in settembre ai miei seminari, stiamo raccogliendo firme per sollecitare il ministro ad agire con strumenti concreti per contrastare il DMP. Questi sono: la raccolta di dati su scala nazionale (come avviene in Francia), la formazione di docenti e dirigenti sul Disagio Mentale Professionale (DMP), la sensibilizzazione dell’Opinione Pubblica sulla realtà dell’usura psicofisica professionale, l’informazione dei medici sul DMP. Non ultima, è richiesta al ministro estrema cautela prima di contemplare l’allungamento dell’età previdenziale ai 65 anni nella donna insegnante. Per fare ciò occorrono prima i dati epidemiologici che quantifichino il reale fenomeno del DMP tra i docenti. Lo stesso discorso vale per poter dichiarare “usurante” la professione dell’insegnante: prima occorrono dati su base nazionale. In attesa che le istituzioni si muovano, ho messo a punto una proposta standard per tutte le scuole della Penisola articolata in tre passaggi chiave: informazione dei docenti sul rischio di DMP, un primo supporto per l’orientamento medico per chi lo richiedesse, la formazione per i dirigenti scolastici circa la gestione medico-legale dei casi di DMP.
Ci sono differenze nel rischio di essere colpiti dal disagio mentale professionale (DMP) fra docenti dei diversi ordini e gradi di scuola? La casistica finora esaminata non ha permesso di stabilire un maggior rischio per i docenti di un particolare ordine di scuola (le differenze rilevate non hanno significatività statistica), mentre vi è la certezza che la psicopatologia è direttamente correlata all’anzianità di servizio del docente (generalmente superiore ai 20 anni). Vi è invece un’altra variabile cui dobbiamo porre la nostra attenzione. Posto che il tasso di femminilizzazione della classe docente è dell’85% e l’età media dei nostri insegnanti è di 50 anni, merita particolare attenzione la questione della cosiddetta differenza di genere contemplata dal succitato Testo Unico per la sicurezza sul lavoro. Il disturbo psichiatrico depressivo è più frequente nel sesso femminile (donne:uomini=2:1), e la maggiore incidenza nella donna, diviene ancora superiore ove si consideri la fascia d’età perimenopausale (poiché la stessa donna ha un rischio depressivo quintuplicato in periodo perimenopausale rispetto all’età fertile).
Non ha fatto un quadro molto confortante della situazione. Cosa vuole dirci prima di chiudere? In Aprile uscirà il mio terzo libro sul DMP (dopo Scuola di Follia e La Scuola paziente) dal titolo “Pazzi per la Scuola” e riporterà ben 123 storie e testimonianze significative di docenti incontrati in quasi 20 anni di attività in Collegio Medico. é un buono strumento di aiuto per tutti i docenti e per coloro che volessero intraprendere la professione. Leggere le storie degli altri aiuta certamente a comprendere meglio la propria, riconoscendo talvolta quei segnali che il corpo trasmette ma la mente si ostina a rifiutare. Riconoscere una propria fragilità o un iniziale cedimento può rappresentare il primo passo verso la propria salvezza. Al contrario, la negazione pervicace di una condizione di disagio condanna la persona alla malattia. Guardare negli occhi la realtà è il primo passo per prepararsi alla battaglia. Mi conforta la reazione dei docenti che seguono i miei seminari: si dicono preoccupati e intimoriti dai dati che mostro loro, ma al contempo vogliono reagire perché “… c’è finalmente qualcuno che racconta le cose come stanno …”. Buon proseguimento di Anno Scolastico a tutti.
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venerdì 12 dicembre 2008

La felicità è un airone bianco

In questo periodo, in cui il mondo, in una delle sue fasi storiche più critiche, sembra vacillare pericolosamente sul precipizio, come Charlot nel film “Tempi moderni”, quando danza sui pattini a rotelle e sembra sempre in procinto di cadere nel vuoto, mi capita spesso di pensare alla felicità e al senso che tale parola sottintende.
Forse perché, anche quando tutto sembra perduto, nei luoghi più riposti dell’anima si apre uno spiraglio, per un’ostinata volontà di resistenza. La parola felicità esprime di solito uno stato di benessere totale che l’individuo vorrebbe vivere in maniera duratura. Per essere felici, occorre non avere preoccupazioni fisiche, spirituali o materiali; talora basta un’inezia per renderci felici o infelici. La felicità, pur essendo un concetto mentale difficile da definire, indica, però, una condizione umana irrinunciabile. La felicità è il nostro fine ultimo. Tutti gli uomini cercano di essere felici: vogliono stare bene, convertire in moneta sonante i loro desideri e vivere in modo totale la propria vita. Tutto ciò, naturalmente, è compromesso quando si vive in uno stato di dolore o afflizione. Non tocca a me fare le pulci all’etica cristiana. Non sono dottore di teologia. Qualcosa da dire a riguardo, però, l’avrei. Il cristianesimo, spostando altrove il luogo della felicità e rinviandone, possibilmente nel futuro più lontano, il momento risolutivo, favorisce la tendenza al sacrificio e alla rinuncia. Modi di essere che inducono a soffocare l'orgoglio o l'ambizione, insomma qualsivoglia passione tesa alla realizzazione del proprio essere. Lo scopo di tutto questo dovrebbe essere la virtù o la santità. Ma c'è posto, all'interno di questa visione, per la felicità? Naturalmente, non vorremmo neppure essere obbligati ad essere felici, come accade nelle gabbie e nelle insidie delle tirannidi, nei lager e nei gulag dei totalitarismi. Meglio piuttosto il diritto all’infelicità!
Tutti tendono al raggiungimento della felicità: ciò che induce gli uni ad andare alla guerra e gli altri a non andarci è lo stesso desiderio di felicità che in entrambi è accompagnato da punti di vista differenti. Questo dice Pascal, uomo di fede e di pensiero, sul Sommo Bene. Mi chiedo quale possa essere il sentimento di felicità che ha armato i due nichilisti, innamorati di una tragica utopia, i quali, repressa nell’intimo ogni specie di amore per sé o per il prossimo, hanno pensato che qualche volta la morte di un uomo è un semplice incidente di percorso – mi riferisco all’agente di polizia ucciso sul treno – rispetto all’idea ossessiva dell’uomo nuovo da costruire o della felicità proletaria. Qual è, inoltre, il sentimento di felicità che spinge un uomo di governo a desiderare la distruzione di un popolo? Così vuole per la felicità e serenità del proprio? Quale conquista e quale vittoria nell’uno e l’altro caso, per il terrorista e l’uomo di guerra?
La felicità realizzata, compiuta e perfetta non è più felicità "vera". Non siamo angeli né beati, ma esseri in carne e ossa, per cui anche la semplice puntura di un aculeo provoca in noi la quintessenza del dolore. La felicità in realtà è fatta solo di istanti isolati, immediati, che si dissolvono con lo stesso sfavillio della scia di una cometa. La sua condizione duratura, quella che appartiene ad un’abitudine o a un modo di vita consolidati, è sempre di natura inferiore rispetto alla magia contagiosa con cui ci ubriacano i singoli momenti di felicità.
Quante volte, “lontano dalle vie sonanti degli strepiti umani”, mi attardo a passeggiare per la campagna, soprattutto adesso che la stagione è più indulgente e la luce più prodiga. Mi piace osservare gli straordinari incontri e le fantastiche rivelazioni che la natura ci riserva. Nel mio giardino già l’albicocco – quale felicità! – protende i suoi rami potati al cielo, ricco delle sue gemme preziose. È un albero dei miracoli, ogni anno dà i suoi frutti puntualmente. Lo piantò un amico che adesso non c’è più, otto anni fa, e veramente gli ha infuso le sue qualità migliori. È un attimo di felicità cogliere la tensione dei suoi germogli pronti ad esplodere in una miriade di fiori bianchi e rosa…ma un fiore solo ha più risalto di cento fiori. La felicità è l’albicocco in fiore, ma la sorpresa più grande mi è capitata vicino alla Cascina Belvedere, non lontano dal depuratore. Forse un airone cinerino, un uccello di grossa taglia, bianco sul collo e sul ventre, grigio chiaro sul dorso, la coda e le ali; sul collo teso e lungo risaltava una striscia nera, e una seconda striscia congiungeva l’occhio alla punta di un’ampia cresta; becco e zampe sottili, tendenti al rossiccio. “Graak!”. L’uccello, niente affatto disturbato dalla mia presenza, è rimasto immobile nella sua vigile attesa.
La stessa magica visione che raccontò un viaggiatore delle Americhe quando si imbatté nel quetzal, l’uccello del Guatemala. Anch’esso immobile, come in attesa. Le sue piume trascoloravano alla luce del sole, che invadeva ormai le rovine dell'antico villaggio maya che aveva appena visitato. Non era spaventato dalla sua presenza. Sì, era il quetzal. Era un privilegio vederlo, il magico uccello. Avrebbe voluto toccarlo, ma non osò per timore che scappasse via. Rimase per lungo tempo affascinato dinanzi a quella visione sfolgorante, a quella esplosione di colori, incapace di fare un qualsiasi gesto per timore di rompere l'incantamento. Poi l'uccello d'improvviso si sollevò dal suo covacciolo, distese le ali e spiccò il volo a levante, ma non per dileguarsi. Si mise a girare lentamente in cerchio. Poi si lanciò in avanti, infilandosi nel fitto della foresta tropicale. Come un bambino ubbidiente, il viaggiatore si mise dietro nella sua traiettoria. Ogni tanto il bellissimo uccello andava a posarsi su un ramo e sembrava indugiare, come aspettandolo. Poi riprendeva quota. Dolcemente, in silenzio. Finché si era fermato sulla cima di un grande albero. Dopo qualche indugio il quetzal era volato via librandosi sulla sommità degli alberi. L’aveva seguito con gli occhi pieni di lacrime salire in alto, sempre più in alto, finché non aveva ammainato le ali chiudendosi, come un occhio verde e rosso, nell'azzurro terso del cielo. Un attimo di felicità delirante e doloroso.

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Se io fossi sindaco: l’esistenza di Dio, il raggio verde e la felicità

Tra poco meno di sette mesi mesi si andrà a votare per eleggere il prossimo sindaco di None. Non essendo direttamente coinvolto nell’agone politico, pur avendo le mie simpatie, voglio divertirmi un po’ a pensare cosa farei io se fossi catapultato sulla poltrona di primo cittadino. E volendo, con qualche forzatura, dare un’ispirazione religiosa a questa idea, intendo partire dall’esistenza di Dio, in particolare dal libro di un matematico inglese, Stephen Unwin (significa “immortale”: un cognome, un destino), “La probabilità di Dio: un semplice calcolo che dimostra la verità suprema”, che non conosco, ma di cui ho letto alcune recensioni qua e là.
Cosa ha fatto lo scienziato anglosassone, “parlando – per così dire – con la lavagna e i suoi fogli”? È riuscito a dimostrare che Dio ha 67 probabilità su cento di esistere. In altre parole che l’esistenza di Dio è certa al 67 per cento. Per chi, come me, non proprio temprato dalla fede, nutre sempre qualche dubbio a riguardo, è una buona scorciatoia per arrivare alla “verità suprema”.
Unwin, che si occupa di statistica, quindi di numeri e previsioni, si è servito, quale strumento di indagine, del Teorema di Bayes (matematico del ‘700), già applicato al mondo dell’informatica, in particolare ad internet per filtrare la posta elettronica automaticamente, e utilizzato per il calcolo dei rischi ambientali. Cercherò, non essendo un grande esperto di statistica, di semplificare il procedimento da lui seguito. Partito dal presupposto che Dio abbia un cinquanta per cento di probabilità di esistere, ha considerato la presenza del bene e del male. Ovvero da un lato ha posto tutto ciò che rappresenta il bene, quindi i fattori favorevoli all’esistenza di Dio (che è Bene assoluto), in contrapposizione ha collocato tutto ciò che è il male naturale. Ovvero tutto ciò che con i suoi fattori negativi (cataclismi e malattie, ad esempio), tende ad abbassare il risultato. Alla fine delle sue equazioni, delle sue simulazioni e proiezioni numeriche è arrivato ad un ineluttabile sessantasette per cento. Ma credo si possa fare di più. Ecco, se io fossi sindaco contribuirei ad incrementare le probabilità dell’esistenza di Dio. In che modo? Facendo il bene della comunità che andrei ad amministrare. Preoccupandomi, in altre parole, della loro felicità. Per capire, però, quali desideri abbiano i miei concittadini, dovrei usare la capacità di leggere dentro i loro cuori. E un modo c’è. Basta andare in montagna o al mare, mettersi in agguato come un predatore e, se le condizioni del cielo lo permettono, riuscire a catturare con lo sguardo il “raggio verde”, un breve lampo intenso, sulla cima del sole prima che tramonti o quando è sul punto di levarsi.
La spiegazione di questo raro e attraente fenomeno è legata alla dispersione, all'assorbimento e alla diffusione della luce. L'atmosfera funziona come un prisma e divide lo spettro della luce nei suoi elementi costitutivi. Ne derivano infiniti raggi, diversamente deviati, di vario colore: rosso, arancione, giallo, verde, blu e violetto. Tali colori affrontano una sorte differente: l'arancione e il giallo si dissolvono del tutto, in quanto assorbiti dal vapore acqueo, dall'ossigeno e dall'ozono contenuti nell'aria; il blu e il violetto vengono pure cancellati grazie alla diffusione della luce. In conclusione filtrano attraverso l'atmosfera soltanto il rosso e il verde. Primo a scomparire è il rosso e poi, se le altre componenti sono assorbite o diffuse, ad emergere dal sole, già o ancora imbucato dietro l’orizzonte, è il verde: il cosiddetto raggio verde.
Dura un attimo, un battito di ciglia, uno o due secondi al massimo. Ma chi ha la fortuna di osservare il “raggio verde”, secondo una leggenda scozzese, può leggere con chiarezza nel proprio cuore e in quello degli altri.
Se io fossi sindaco e avessi questa grande facoltà, mi preoccuperei soltanto di dare la felicità ai miei concittadini, perché il solito antico filosofo greco affermava che non si è mai troppo giovani o vecchi per la conoscenza della felicità. A qualunque età è bello prendersi cura del benessere dell’animo nostro.
Così facendo, se non altro, farei sì di incrementare la percentuale di probabilità dell’esistenza di Dio. Ma forse, al di là della vanità della scienza di dimostrare che Dio esiste, molto meglio per suffragare questa ipotesi le parole che Davide recita al capo dei Musici (Salmo 19):
“I Cieli raccontano la gloria di Dio; e la distesa annunzia l’opera delle sue mani. Un giorno dopo l’altro quelli sgorgano parole; una notte dietro all’altra dichiarano la conoscenza. Non hanno favella, né parole. La loro voce non si ode. Il loro messaggio si diffonde per tutta la terra, e gli accenti arrivano fino all’estremità del mondo”.

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